La storia «d’arme e d’amore» di Giacomo Torello

di Giuseppe Pesce

1 Una storia d’arme e d’amore

Il monumento funerario di Giacomo Torello conservato presso la chiesa di San Benedetto abate in Casoria offre interessanti spunti di ricerca e di studio. Dal punto di vista storico, è un documento del passaggio di papa Innocenzo IV, sceso a Napoli nel 1254 nel tentativo di cacciare con le armi gli ultimi eredi della dinastia sveva. Artisticamente, si tratta di una testimonianza isolata di scultura gotica trecentesca, che trova scarsi riscontri negli altri centri dell’hinterland napoletano. Ma interessante è soprattutto l’epigrafe in lingua volgare – anziché in latino – che rappresenta una curiosa eccezione per l’epoca in cui è stata realizzata.
Il percorso di ricerca non è agevole. In generale, infatti, il medioevo è considerato una fabbrica di ‘falsi’, periodo in cui documenti e monumenti venivano copiati, prodotti o riprodotti in modo spesso imperfetto; per errore o per calcolo, in buona o cattiva fede. Un monumento-documento come quello di Giacomo Torello, ad esempio, in un piccolo centro come Casoria poteva essere molto utile. E non solo per vantare un antenato nobile, che desse lustro alla famiglia, ma anche per attribuirsi, magari, dei cospicui possedimenti da lui ereditati. La ricerca parte dall’inquadramento storico-artistico del monumento, offrendo una ragionevole datazione della scultura e dell’epigrafe, realizzate in due momenti diversi. L’indagine si sposta poi sulla problematica identità di Giacomo Torello. La vicenda del militare, infine, viene inquadrata nella storia del villaggio di Casoria – e più in generale dell’entroterra napoletano – in un periodo “grigio”, ovvero tra il tramonto della dinastia sveva e l’affermazione del nuovo regno angioino; in un territorio storicamente legato al potere ecclesiastico.

1.1 Il monumento funerario di Casoria

Il monumento funerario di Giacomo Torello si trova presso la chiesa di San Benedetto, nel centro storico di Casoria, tre chilometri a nord di Napoli. Gli studi più recenti propongono una ragionevole collocazione delle origini del paese intorno al X Secolo; e considerano San Benedetto uno dei più antichi insediamenti della zona, che conserva persino labili tracce delle centuriazioni romane dei primi secoli. (1)
Un quartiere scarsamente sviluppatosi rispetto ad altre zone, che nella sua “arretratezza” urbana e sociale ha conservato a lungo consuetudini antichissime. Nei documenti della parrocchia, ad esempio, fino al Sei-Settecento, anziché di villa o casale, si parla di «terra di Casoria», denominazione attestata nel periodo normanno e svevo, tra XI e XIII secolo. Altra usanza sopravvissuta fino a metà dell’Ottocento fu la scadenza dei contratti di affitto il 15 agosto, secondo l’antica consuetudine dei monasteri napoletani, documentata a Casoria già alla fine del X Secolo. (2) L’attuale chiesa di San Benedetto è stata costruita a partire dal 1694, ed è la terza in ordine di tempo a sorgere sullo stesso sito.
A testimoniare la sua antichità contribuiscono alcune preesistenze architettoniche, tracce superstiti delle vecchie cappelle abbattute nei secoli precedenti. La prima è una consumata pietra di marmo bianco incastrata nella pavimentazione stradale su cui è scolpita l’iscrizione «E.S.B.», abbreviazione di «Ecclesia Sancti Benedicti»; certamente un “termine”, che delimitava la proprietà della chiesa. (3) Ma la più importante testimonianza è il monumento funerario di Giacomo Torello, una robusta lapide di marmo bianco scolpita in figura di guerriero. Generalmente simili “figure giacenti” avevano funzione di copertura tombale, collocate a chiusura o a coronamento di un sarcofago, una cassa in marmo o in pietra. Attualmente, il monumento si trova in una nicchia a sinistra dell’altare maggiore; incassato nella parete e collocato in una posizione verticale, che stravolge l’originaria impostazione orizzontale di “figura giacente”. La lapide misura 169 cm in altezza e 48 cm in larghezza, ma purtroppo non è intera: i bordi del marmo sono stati spezzati lungo il corpo del guerriero, eliminando quasi completamente il piano su cui giaceva.

Il monumento funerario di
Giacomo Torello
Chiesa di San Benedetto abate, Casoria (Napoli)

La figura è scolpita ad altorilievo, con proporzioni allungate secondo stilemi tipici dell’arte gotica. La statua non ritrae, ovviamente, il vero Giacomo Torello, ma una semplice immagine stilizzata di militare col capo scoperto e le mani giunte. In generale, l’armatura ha linee semplici. Sono maggiormente rifiniti solo la trama della maglia di ferro (collo e bordo della gotta) ed il bordo decorato della veste. La cintura è bassa in vita e porta appesi un agile pugnale a sinistra ed una pesante spada a destra. I piedi della figura sono stati spezzati, ma certamente erano sostenuti da due cagnolini (simbolo di fedeltà) quasi sempre presenti in simili statue.
L’unico segno particolare è il nodo che decora la spalla destra: si tratta del simbolo di un ordine cavalleresco del periodo angioino, detto appunto Ordine del Nodo, fondato nel 1352-53 dal re di Napoli Luigi di Taranto. (4) Un particolare che rivela subito, inequivocabilmente, che il monumento risale alla seconda metà del Trecento, e dunque non può essere stato realizzato direttamente alla morte di Torello (1281), ma acquistato (forse come materiale di spoglio) e collocato sulla sua sepoltura in un periodo posteriore.

Il monumento di Giacomo Torello rappresenta una testimonianza artistica isolata nell’hinterland napoletano. Nella vicina Afragola, la chiesa di San Giorgio martire conserva infatti la consumata lapide di Matteo Arcane (†1408), di tipologia però molto diversa, e a bassorilievo. Per trovare degli esemplari simili, bisogna invece spostarsi nelle chiese sorte a Napoli nel Trecento, all’epoca dei sovrani angioini e decorate nel periodo di fioritura dell’arte gotica. (5) Possiamo però restringere il campo attingendo alla vasta letteratura in materia di armature medievali, che colloca il particolare abbigliamento della statua di Torello intorno agli anni Sessanta del Trecento: uno dei primi esempi è infatti il monumento funerario del militare John Wingfield (†1361), conservato presso la chiesa di Saint Andrew nel villaggio inglese di Wingfield. (6)
È dunque del tutto verosimile, che il monumento di Torello sia stato realizzato in questo periodo, quando quel particolare abbigliamento si diffuse anche in Italia, attraverso le truppe mercenarie impegnate nelle varie guerre locali (i regni angioini posteriori a quello di re Roberto furono particolarmente tormentati); un periodo che coincide, tra l’altro, con il declino dell’Ordine del Nodo, che si andò sciogliendo proprio dopo il 1363, alla morte del re di Napoli Luigi di Taranto.

1.2 Le due iscrizioni

La famiglia dei Torello ha esercitato a lungo una sorta di protettorato sulla chiesa di San Benedetto di Casoria, dove fu sepolto Giacomo nel lontano 1281. Qui i Torello edificarono una cappella di famiglia, al cui esterno, nella navata, nei pressi del pulpito, fu collocato il monumento funerario. La cappella, detta “cappellone del Carmine”, esisteva ancora alla fine del Seicento, quando cominciarono i lavori per l’attuale chiesa. Se ne trova infatti testimonianza nella Platea e in una lapide dell’epoca.
L’epigrafe è stata posta nel 1688 dal parroco Simone De Fuccia e dall’economo Giuseppe Rocco, per tramandare la memoria esemplare di Marco Antonio Torello, erede di Giacomo, che conservava il patronato della cappella, e nel 1674 aveva lasciato i fondi necessari a celebrare messe, aiutare i poveri e fornire una dote alle ragazze povere del quartiere. Secondo l’iscrizione latina, l’antico sacello, dedicato alla Madonna del Carmelo e ai Santi Giacomo e Rocco, era stato fondato proprio da Giacomo Torello:

VETUSTISSIMU SACELLU D.VE M.E DE MOTE CARMELO / SS. IACOBO, ET ROCCO A NOBILI VIRO IACOBO TAURELLO / A FANO DICATU HOC IN REGNU CU INNOC. IV P.P. / AD VERSUS REGE CORRADU A. M CC LIV APPULSO / ET IN HAC CASORIE TERRA CUIUSDA PUELLE FORMA / COIUCO IUNCTO EXTUTTU HICQ TRIB SUPERSTITIB / NATIS HUMATUS IACET A. DONI M C C L XXXI / […]

Il testo è fedele all’epitaffio volgare di Giacomo Torello, inciso su una lastra di marmo bianco separata dal monumento. La lastra misura 48 cm in altezza e 50 in larghezza, ed è incassata nella parete, nello spazio sovrastante la testa della statua. Il testo è inciso su undici linee, allineate centralmente e scandite con eccellente spaziatura. I caratteri sono maiuscoli gotici. La grafia è abbastanza pulita, forse tarda:

QUI GIACE LO NOBILE GIACOMO / TORELLO DA FANO HOMO DE / ARME VENUTO CON INNOCENTIO / IIII. P. R. IN QUESTO REGNO CONTRO / RE CORRADO NEL / ANNO MCCLIIII / ET IN QUESTA VILLA PER BELLEZA / DE UNA DONNA MARITATO / LASSANDO TRE FIGLIOLI / QUI MORI NEL ANNO / MCCLXXXI

La lapide funeraria di Giacomo Torello
Chiesa di San Benedetto abate, Casoria (Napoli)

È inverosimile che quest’epigrafe sia stata realizzata alla morte di Torello (1281) o insieme al monumento (1370-80). Le iscrizioni di questi secoli presentano infatti fisionomie irregolari – nella strutture e nelle forme linguistiche – e sono caratterizzate da frequenti abbreviazioni. L’epigrafe di Torello, al contrario, è pulita e priva di ripensamenti, con un’unica abbreviazione. (7)
Il testo è scritto e strutturato così bene da far pensare ad un’iscrizione tarda, un pastiche di epoca neoclassica, realizzato a metà del Settecento. E ad alimentare i dubbi concorre anche la lapide del 1688, con un testo latino del tutto fedele. Tuttavia, bisogna fare i conti con i vecchi documenti d’archivio di San Benedetto.
La Platea, cominciata nel 1614 da Cesare Palladino, riserva infatti particolare attenzione al monumento di Giacomo Torello e alla lapide scritta con «parole di carattere longobardo». Nella relazione del 1742 per la Santa Visita del cardinale Giuseppe Spinelli, si parla di «epitaffio originale» (per distinguerlo dalla lapide del 1688) che insieme alla statua sono la testimonianza più autorevole dell’antichità della chiesa. Ma quando è stata scritta, allora, questa epigrafe? Da una parte, ha una fisionomia troppo moderna per essere trecentesca; dall’altra, ai primi del Seicento era già esistente (e considerata antica). (8)

1.3 Ipotesi e difficoltà di datazione

Dal testo è evidente che l’epigrafe fu dettata a Napoli: «venuto in questo regno»; o proprio a Casoria: «et in questa villa». Tuttavia, complessivamente il testo non presenta particolari coloriture meridionali, se non in pochi passaggi: nell’uso dell’articolo lo davanti a nobile; nel verbo maritare; e nella grafia di belleza, con la zeta aspra (che si raddoppia nella lettura). Per il resto, la lingua utilizzata nell’iscrizione è un volgare centro-italiano abbastanza omogeneo.
L’ipotesi di un testo dettato dallo stesso Giacomo Torello, venuto a Napoli dal centro-Italia, è affascinante quanto inverosimile: la lingua è comunque troppo ‘pulita’ per il 1281. Per le scarse coloriture meridionali, è da scartare anche l’ipotesi di un testo dettato a Napoli nel 1370-80, quando è stato realizzato il monumento. D’altra parte, però, è difficile pensare anche ad un’epigrafe volgare realizzata oltre la metà del Cinquecento, quando il concilio tridentino andava ridefinendo ordinamenti e liturgie, imponendo l’uso del latino.
Il monumento di Torello potrebbe allora avere qualche legame con i Torelli giunti a Napoli a metà del Quattrocento. Il capostipite dei Torelli napoletani sarebbe infatti un Francesco Torello giunto a Napoli al tempo di Alfonso D’Aragona. E a partire dall’aprile del 1460, troviamo al servizio del re anche suo fratello Marco Antonio. (9) È una debole ipotesi, ma proprio quest’ultimo potrebbe aver avuto in quegli anni contatti con la famiglia casoriana – a Casoria è largamente documentato l’accampamento delle truppe dirette nella capitale – e questo potrebbe spiegare anche l’improvvisa “adozione” del nome Marco Antonio, usato poi dai Torello di Casoria fino al Seicento.
Se in qualche modo, il monumento e l’epigrafe di Casoria fossero legati a Marco Antonio Torello – che scomparve prematuramente nel 1462 – saremmo a metà del Quattrocento: un’epoca compatibile con la grafia tarda dei caratteri gotici. Troverebbero inoltre una certa coerenza anche la curiosa scelta linguistica, di un volgare centro-italiano scarsamente venato di coloriture meridionali (Marco Antonio Torello girava l’Italia); e si potrebbe spiegare forse anche l’insolita abbreviatura «P.R.» dell’epigrafe: generalmente, il nome dei papi è infatti preceduto dalle lettere P.P. (Pater Piissimus) ma proprio a metà del Quattrocento (1454) Niccolò V pubblicò una famosa bolla conosciuta come Romanus Pontifex, da cui potrebbe derivare l’insolita abbreviatura «P.R.». Ovviamente, questa è solo un’ipotesi. Un’altra interpretazione potrebbe riportarci, grosso modo, a metà del Cinquecento. Quando una nuova generazione letteraria cominciava ad orientare il volgare napoletano verso degli standard “bembeschi”, portandolo ad un livello abbastanza coerente col testo della nostra epigrafe. Ma anche in questo caso non mancano perplessità: si può confrontare un epitaffio di provincia con la lingua letteraria, dell’èlite culturale napoletana? E poi perché utilizzare vecchi caratteri gotici? perché non abbreviare il testo, come si usava fare comunemente? La difficoltà di questi dubbi è nella particolarità dell’epigrafe di Torello: un’opera “provinciale”, pensata e realizzata non a Napoli, ma in un casale dell’entroterra. Non al centro, ma in periferia.
A Casoria, nella chiesa di San Mauro, intorno al 1561 fu realizzato il monumento funerario del parroco Antonio Borrello con un’epigrafe breve e rigorosamente in latino. Agli inizi del Seicento Napoli Sacra, vero e proprio catalogo delle epigrafi sparse nelle chiese napoletane, non documenta alcuna iscrizione in volgare. (10) In un simile contesto, l’epigrafe casoriana di Giacomo Torello è un episodio pressoché isolato. E quanto meno insolito appare anche il contenuto: la storia di un uomo d’armi che si è sposato «per belleza de una donna».

Stemma dei Torelli

2 Chi era Giacomo Torello

Secondo l’epigrafe di Casoria, Giacomo Torello veniva da Fano, ma proprio per la “lapidarietà” della iscrizione, non è del tutto chiaro se questo fosse il suo paese di origine, oppure semplicemente il luogo da cui era partito con la spedizione di cui si parla subito dopo nel testo. Questa seconda ipotesi apre una prospettiva di grande interesse. Chiedendosi chi sia il militare sepolto a Casoria, e cosa lo abbia spinto ad imbarcarsi nell’impresa, ci si imbatte infatti in una controversa figura: il figlio del famoso capo ghibellino Salinguerra, che si chiamava proprio Giacomo Torello: una sorta di ‘fantasma’, le cui tracce si perdono intorno alla metà del Duecento, e che avrebbe avuto tutto l’interesse di seguire Innocenzo IV a Napoli.

2.1 I Torelli di Fano

Nel Duecento esisteva a Fano un ramo dei Torello, ma purtroppo nei documenti e nelle cronache dell’epoca, né tanto meno nelle genealogie familiari, compare alcun Giacomo. Per questo periodo, le notizie sui Torelli fanesi sono infatti abbastanza frammentarie. Sappiamo che nel 1203 era massaro del Comune di Fano un certo Azzolino, figlio di un Viviano Torelli, considerato il capostipite «dal qual tempo questa famiglia godè sempre in Fano i primi onori». (11) In effetti, la carica di massaro era riservata ai nobili, e dunque ai primi del Duecento i Torelli risultavano già ascritti al patriziato fanese. Sappiamo che Azzolino ebbe un figlio di nome Luca, morto probabilmente in età molto avanzata, dopo il 1290; ma scorrendo le genealogie, (12) Azzolino è anche l’unico che avrebbe potuto avere un altro figlio coetaneo del nostro Giacomo Torello: un fratello minore di Luca, e dunque figlio cadetto, di quelli che partivano militari alla ricerca una sistemazione.
Come ipotesi è certamente verosimile, ma soprattutto è la più semplice. Nella totale assenza di documenti, bisogna così prendere in considerazione anche un’altra ipotesi, altrettanto verosimile: la possibilità che il Giacomo Torello sepolto a Casoria sia il figlio di Salinguerra, unitosi ad una spedizione partita da Fano nel 1254. Per comprendere cause e motivi di una simile scelta, bisogna però ricostruire la vicenda di Giacomo Torello di Salinguerra, e cercare indizi che possano avvalorare quest’ipotesi nelle cronache ferraresi e fanesi della metà del Duecento.

2.2 Il figlio di Salinguerra

Il primo a parlare di Giacomo Torello figlio di Salinguerra è il cronista ferrarese Riccobaldo, vissuto a cavallo tra Due e Trecento, che lo definisce senza mezzi termini «fatuus et delirus», cioè stolto e folle:
Jacobus Taurellus quoque ejus unicus filius jam in aetate factus amicis erat moerori, gaudio inimicis, utpote fatuus, & delirus. Hae conditionis rerum eum virum reddiderunt inglorium, & plures potentum fortunae amicos spes vel metus avertit ab illo. (13)
Di Giacomo parla in simili termini anche Salimbene de Adam nella sua famosa Cronica, considerata una delle fonti più interessanti del XIII secolo.

[Salinguerra] era sapiente, ma ebbe un figlio stolto. Quel figlio si chiamava Giacomo Torello, e anch’esso usava frequente un suo proverbio: L’asen dà per la parè; botta dà, botta receve; che vuol dire: l’asino quando tira calci batte sulla muraglia; dà un colpo e un colpo riceve, cioè, percuote ed è ripercosso. Ed i contadini giudicavano sapientissimo quel motto, perché credevano che fosse detto a capello del Papa e dell’Imperatore che allora erano tra loro discordi. (14)

Salinguerra II fu uno dei principali capi ghibellini del XIII Secolo, particolarmente legato alla città di Ferrara e ricordato dagli storici come uomo «vissuto sempre fra le armi e le guerre di partito, sempre nemico agli Estensi». (15) A partire dal 1189 fu protagonista di alterne e turbolente vicende che lo videro sostenitore del potere filo-imperiale non solo nella sua città, ma anche a Verona, Modena e Mantova. A Ferrara, ai primi del Duecento, i suoi violenti scontri con gli Estensi furono causa di un buon ventennio di vera e propria guerra civile, mitigatasi solo nel 1227, quando fu eletto per la terza volta podestà della città. Tra disordini e agitazioni, Salinguerra tenne il potere fino al 1240. Considerato dopo cinquant’anni ormai un tiranno, fu cacciato dal marchese Azzo VII, attraverso un intrigo con i Veneziani manovrato dal Legato Apostolico di papa Innocenzo III Gregorio di Montelongo, che lo condusse in esilio a Venezia. (16)
Secondo le ricerche genealogiche, Salinguerra si sposò tre volte ed ebbe otto figli. (17) Ma tra questi, il più conosciuto fu certamente Giacomo, nato dal terzo matrimonio con Sofia, figlia di Ezzelino (II) da Romano, nonché sorella di un altro Ezzelino (III), ricordato come uno dei più terribili capi ghibellini. Giacomo fu «cognominato Torello per grata rimembranza dell’avo suo», (18) ovvero come il nonno Torello, padre di Salinguerra. A causa delle alterne vicende paterne, Giacomo trascorse una vita da fuoriuscito, lasciando solo frammentarie notizie. Secondo le cronache dell’epoca, il 2 giugno 1240 fu imbarcato insieme ai genitori per Venezia, dove Salinguerra «fu bensì custodito, ma non lasciò di ricevere trattamenti assai cortesi». (19) A quel tempo, Giacomo doveva avere all’incirca una ventina d’anni (Salinguerra aveva sposato Sofia intorno al 1220).
Di questo periodo non sappiamo molto altro. A Venezia vivevano già altri Torelli, e addirittura un omonimo del nostro Giacomo. (20) Salinguerra, che nel 1240 era già vecchio, oltre la settantina, alloggiò secondo incerte notizie nella Casa Bosio a San Toma’ (21), e secondo una lapide del convento di San Nicolò a Lido, dove fu sepolto, morì il 25 luglio del 1245: anno che va certamente retrodatato al 1244. (22) Non sappiamo con precisione quando, ma Giacomo fu liberato, e lasciò Venezia per ritirarsi a Padova, presso la corte dello zio Ezzelino. (23) Come vedremo, doveva essere a Verona nel giugno del 1245, e a novembre dello stesso anno era certamente a Modena, ospite di Lanfranco de Pii. Qui, infatti, donò ai Frati Minori di San Francesco «pro remedio anima sua, & suorum majorum» un terreno di sua proprietà in Ferrara contiguo alla loro chiesa, necessario per ampliare il convento. (24) Proprio questo atto smentisce la presunta “incapacità” di Giacomo – definito da Riccolbaldo «fatuus et delirus» – perché, come osserva il Frizzi, «a chi è leso nel capo non è mai stato permesso di far contratti e donazioni di simil sorta». (25)

2.3 La famiglia di Giacomo Torello

Negli anni veneziani, e dunque presumibilmente tra il giugno del 1240 e il luglio del ‘44, Giacomo si sarebbe sposato: «È sentimento del chiarissimo sig. Verci (…) che Jacopo figliuolo di Salinguerra e di Sofia sposasse una Maria Morosini», scrive nel 1791 Antonio Frizzi. (26) Così appare anche due anni prima in un albero genealogico degli Annali Bolognesi. (27) E ancora due anni prima, nel 1787, Maria Morosini diventa addirittura la figlia minore del doge Domenico, seppure con qualche dubbio. (28)  La notizia appare però assolutamente improbabile, se si pensa che il doge Domenico Morosini era morto nel febbraio del 1156, e potrebbe dunque trattarsi di una semplice omonimia. (29)
A Giacomo sono comunque attribuiti anche dei figli: forse una femmina, di cui si ignora però il nome; e certamente un maschio che fu chiamato Salinguerra (III) come il nonno, che avrebbe poi tentato invano di tornare al potere a Ferrara nel 1306. (30)
Resta ancora da annotare un’ultima, curiosa notizia che si incontra negli atti del processo di canonizzazione di San Nicola da Tolentino, in cui compaiono un «Giacomo Salinguerra, e Simonetta sua moglie» abitanti nel castello di Force, nella diocesi di Fermo. (31) La notizia riguarda il presunto miracolo per la guarigione di un loro figlio, grazie alle offerte portate da una vicina alla tomba del santo. L’episodio, dunque, non può essere che posteriore al 1305, anno della morte di San Nicola. Ma al di là delle circostanze difficilmente verificabili (nel 1305 il nostro Giacomo avrebbe avuto almeno 85 anni), il dato più interessante è l’indicazione di un castello nelle Marche abitato da un Giacomo Salinguerra: forse l’unico, per quanto labile, indizio lasciato dal figlio di Salinguerra dopo il 1245, anno in cui sembra scomparire.

2.4 Una scomoda eredità: i Beni Matildici

Nel 1245 Giacomo fu investito da Federico II dei feudi che erano già stati del padre. L’atto, stilato a Verona nel mese di giugno, ha come testimone lo zio Ezzelino da Romano, (32) e fu concesso dall’imperatore in occasione della cosiddetta dieta di Verona: una assemblea che vide riunirsi l’imperatore, il figlio Corrado, alcuni principi tedeschi e i partigiani italiani; ma che secondo il cronista dell’epoca Rolandino, nascondeva ambigue ed infide manovre sia da parte di Federico II che di Ezzelino, suo fedele ma troppo potente sostenitore. (33) È in questo scenario piuttosto opaco, che Giacomo Torello ricevette in feudo i beni già appartenuti a suo padre. Un patrimonio significativo, ma soprattutto strategico, collocato nel cuore della penisola, che comprendeva una serie di possedimenti sparsi tra Bologna (Medicina e parte di Argellato), Modena (Pieve Santa Maria) e Reggio (Carpineto, Bismantova, Mandria, Bianello, Bondeno, Mozole, Fosdondo e Pecognaga).
Fu proprio questa investitura che, anziché consolidare la sua situazione, segnò certamente l’inizio di tutti i guai di Giacomo. Questi beni, alcuni dei quali indicati genericamente come Contado di Carpineto, facevano infatti parte dei cosiddetti Beni Matildici, già da tempo al centro di aspre rivendicazioni tra Papato e Impero. Si trattava in pratica del patrimonio di Matilde di Canossa, la potente feudataria che a cavallo tra XI e XII Secolo era riuscita a dominare gran parte dei territori italiani a nord degli Stati della Chiesa (Lombardia, Toscana, Emilia e Romagna), lasciandoli poi in eredità al Papato. (34) Per ottenere parte di questi beni «quondam clarae memoriae comitissae Mathildis», essendo vacante il soglio imperiale, il ghibellino Salinguerra aveva giurato fedeltà a Papa Innocenzo III nel 1215, divenendo suo vassallo. (35)
Trent’anni dopo, però, la situazione era molto cambiata. Seppure tra molte traversie, Salinguerra era ormai passato alla storia come uno dei principali sostenitori dell’Impero. Basti pensare che appena eletto Innocenzo IV nel 1243, Federico II gli aveva mandato un’ambasceria chiedendogli, tra le altre cose, proprio di liberare Salinguerra che era prigioniero a Venezia. Il papa gli aveva però fatto ipocritamente rispondere (26 agosto 1243) che sì, Salinguerra era trattenuto perché ribelle alla Sede Apostolica, di cui era vassallo per il feudo della città di Ferrara; ma di non poterlo liberare perché non era suo prigioniero. (36)
Nel 1245 la concessione dei cosiddetti Beni Matildici al figlio di Salinguerra rappresentava dunque l’ennesimo affronto al Papato da parte di Federico II. Un tiro mancino, in un momento in cui lo scontro tra le due istituzioni era nel vivo: contro il crescente potere dell’imperatore, Innocenzo aveva infatti ingaggiato una decisa campagna politica. Falliti i primi negoziati, il pontefice si era ritirato a Genova e poi a Lione. Qui, nel giugno del 1245 – proprio mentre Giacomo ereditava i feudi di Salinguerra – il papa convocò un Concilio, che depose Federico II: una notizia che sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà, e generò agitazione in tutta Europa. Ed è proprio in questo scenario, che si perdono le tracce di Giacomo Torello: dal 1245 non si trovano più notizie su di lui, e non si sa dove sia vissuto, né sepolto.

2.5 Da Fano a Napoli (37)

Nel 1245 la notizia della deposizione di Federico II raggiunse in breve anche Fano, dove si cominciarono subito a tessere contatti segreti con le altre città marchigiane e umbre per stringere una “lega” ad Ancona con l’obiettivo di tornare sotto il governo del papa e cacciare gli “imperiali”.
Nel 1246 i Fanesi inviarono i loro ambasciatori ad Ancona, dicendosi disponibili alla rivolta per riportare l’intera regione sotto la Chiesa. Si armarono così due eserciti, uno di parte guelfa detto degli Ecclesiastici, e l’altro ghibellino detto degli Imperiali; il primo scontro, nei pressi di Civitanova, vide soccombere gli Ecclesiastici. Nonostante la sconfitta, i Fanesi continuarono a sollevare la provincia e inviarono degli ambasciatori al papa, chiedendo che in cambio del loro appoggio fossero riconosciuti i diritti di giurisdizione accordati in passato dal suo predecessore Innocenzo III. Alla fine di dicembre, la notizia ufficiale che il papa avrebbe accordato gli antichi privilegi cittadini rafforzò in città le posizioni del partito Guelfo. A questo punto, dovremmo chiederci perché Giacomo Torello, ghibellino, sarebbe dovuto venire a Fano. L’ultima notizia che abbiamo di lui è l’investitura imperiale dei beni paterni, nel giugno del 1245. Un documento che però pochi mesi dopo, con la deposizione di Federico II, valeva ben poco. Una situazione incerta, che peggiorò definitivamente nel 1250, con la morte dell’imperatore: in pratica,

Papa Innocenzo IV

Giacomo aveva perso tutti i suoi feudi. Come se non bastasse, con la vacanza del soglio imperiale, perdendo ogni punto di riferimento, province e città tendevano a stringersi intorno ai vescovi. E a Reggio, dove ricadevano molti feudi di Giacomo, era vescovo Guglielmo da Fogliano, figlio di Verde Fieschi, sorella di Innocenzo IV: il papa aveva messo suo nipote a guardia dei Beni Matildici. Passare dalla parte del pontefice, dunque, rappresentava ormai per Giacomo l’unica possibilità per riottenere gli aviti possedimenti; e non c’è da meravigliarsi di una simile intenzione, poiché in circostanze del tutto simili suo padre Salinguerra, uomo di provata fede ghibellina, aveva giurato fedeltà a Innocenzo III.
Rientrato in Italia, Innocenzo IV arrivò a Fano il 28 giugno 1251 con il suo seguito, accolto dalle acclamazioni del popolo, e rimase nella cittadina per alcuni mesi (il primo novembre consacrò solennemente la chiesa di San Paterniano). È proprio in questo periodo, che Giacomo Torello potrebbe essere giunto a Fano per avvicinarsi al papa.
L’anno seguente, i tumulti nel contado fanese erano il sintomo del grande conflitto, non ancora sanato, tra i due partiti – filoimperiale e filopapale – che si combattevano apertamente in molte città italiane. Intenzionato ad annientare ogni simbolo imperiale, il pontefice organizzò una campagna militare contro Corrado di Svevia, figlio ed erede di Federico II, che si trovava a Napoli. All’esercito pontificio presero parte anche i Fanesi, con una spedizione guidata da Trasimondo di Carignano. Tra quei soldati, c’era certamente anche il nostro Giacomo Torello.

3 La spedizione del 1254

Alla morte di Federico II, Napoli non aveva accettato come suo successore il figlio Corrado, che sul finire del 1251 aveva dovuto cominciare una discesa in Italia, nell’intento di pacificare e riguadagnare il regno. Nell’ottobre del 1253, Corrado fu così costretto ad assediare la città per riportarla sotto il governo imperiale. I napoletani chiesero a più riprese l’intervento di Innocenzo IV, che promise di radunare un grande esercito con cui avrebbe scacciato gli Svevi dal Mezzogiorno.

3.1 La spedizione di Innocenzo IV a Napoli

Ripercorrere le vicende napoletane del 1254 in base alle testimonianze dell’epoca non è facile, anche se possiamo confidare sulla ricostruzione di Bartolomeo Capasso. (38) Sappiamo che il 9 aprile 1254 il Papa scomunicò Corrado, che nel frattempo andava riunendo tutte le truppe imperiali a Lavello, in attesa di sferrare l’attacco decisivo. Proprio nell’accampamento di Lavello, però, Corrado morì il 21 maggio, colto da una febbre intestinale, all’età di appena 26 anni (si disse avvelenato dal fratellastro Manfredi, ma non fu mai provato).
Corrado lasciò erede suo figlio Corrado, di appena due anni, che viveva in Baviera. Alla notizia della morte dell’imperatore, Innocenzo si trovava ad Assisi, e decise di partire subito al contrattacco, scendendo verso Napoli: ai primi di giugno giunse a Roma, e da lì poi ad Anagni. Nel mese di settembre convocò poi le truppe provenienti da diverse parti d’Italia – anche dalla Marca Anconitana – che si riunirono in un grande esercito presso Ceprano. (39)

[Innocenzo IV] cum primo requisivisset in diversis partibus fideles Ecclesiae misit celeriter pro eisdem ad diversas provincias, Lombardiam, Januam, Tusciam, Marchiam Anconitanam, Patrimonium et Ducatum, ut contra rebelles Ecclesiae festinarent. Congregato exercitu copioso apud Ceperanum. (40)

I ribelli alla Chiesa – «rebelles Ecclesiae» – contro cui si mobilitava l’esercito messo insieme dal Papa erano, in generale, i sostenitori del potere imperiale che si riconoscevano nel piccolo Corrado II; che, seppure tra molteplici pressioni, era ufficialmente l’erede dei titoli paterni: ed è certamente lui, il «re Corrado» di cui si parla nella lapide di Giacomo Torello. (41) Per quanto legittimo discendente della famiglia sveva, Corrado II nel 1254 aveva tuttavia due anni appena; e a tirare le fila dei «rebelles» nel Mezzogiorno era il fratellastro di suo padre, nonché figlio naturale di Federico II: il principe di Taranto Manfredi.
Evidentemente allarmato dall’adunata dell’esercito papale, nello stesso mese di settembre Manfredi mandò i suoi ambasciatori ad Anagni per annunciare che il defunto Corrado aveva affidato al Papa la tutela del piccolo Corrado II. Alla notizia, Innocenzo IV (che invece stava trattando per offrire il Mezzogiorno al figlio del re d’Inghilterra) affrettò la sua discesa.
L’8 ottobre il Papa giunse a Ceprano, dove si trovavano le sue truppe. Ripartì da qui l’11, ma presso il ponte sul fiume Liri gli venne incontro, in pace, Manfredi con altri nobili per recargli l’omaggio, tenendo le briglie della sua cavalcatura secondo il rito: si cercava un accordo impossibile.
Innocenzo IV indisse un «parlamento» a Capua e continuò la sua discesa per raggiungere la città: il 12 ottobre passò per Aquino e poi per Piedimonte San Germano, mandando un suo capitano in avanscoperta a Napoli. Il 13 celebrò la messa solenne nel monastero di Montecassino, e il 16 giunse a Teano. Qui avvenne un episodio che compromise definitivamente la situazione: in uno scontro tra fazioni il giorno 18 rimase ucciso Borrello d’Agnone, nemico di Manfredi, e per giunta feudatario del Papa. Rifiutando scuse e giustificazioni per l’accaduto, Innocenzo ripartì immediatamente, e il 19 ottobre arrivò a Capua, dove rimase fino al 24. Da qui si recò ad Aversa, e poi finalmente il 27 ottobre fece il suo trionfale ingresso nella città di Napoli. (42)

3.2 A Casoria

Lasciata Aversa, per raggiungere Napoli la spedizione del Papa dovette percorrere la via dei casali, e passò certamente anche per Casoria. Verosimilmente, proprio qui dovette cominciare ad accamparsi una parte dell’esercito papale, e di sicuro Giacomo Torello. Bisogna infatti considerare che Casoria – oltre ad essere una comoda “base” militare in altura, a poche miglia dalla città – era una posizione strategica per tenere sotto controllo le due vie che portavano all’entroterra, in particolare ad Acerra e a Caserta, feudi dei conti d’Aquino, i più pericolosi sostenitori dell’imperatore.
A metà del Duecento, Casoria era un villaggio saldamente legato alla Chiesa di Napoli. Qui aveva importanti possedimenti il grande monastero di San Gregorio; (43) ma i piccoli coloni erano generalmente quasi tutti vassalli dell’Arcivescovo di Napoli, a cui erano legati da un giuramento di fedeltà, ricevendone in cambio protezione. Anche se è impossibile stabilire se abbia influito sulla decisione di Giacomo di fermarsi proprio qui, bisogna rilevare che al suo arrivo già esisteva a Casoria una famiglia Torello; tra i documenti dell’epoca, infatti, compare un certo Martinus Torello de villa Casoria, che sotto Federico II (e dunque prima del 1250) aveva ottenuto un territorio chiamato Starza dal monastero napoletano dei Santi Severino e Sossio. (44)

3.3 Il fallimento dell’impresa

L’impresa militare di Innocenzo IV si risolse in una serie di imprevedibili sviluppi. Il Papa trascorse a Napoli poco più di un mese – 37 giorni – verosimilmente assediato dalle continue richieste di concessioni, investiture, protezioni, che gli provenivano dai vari nobili ed ecclesiastici del Regno. L’esercito era intanto sulle tracce di Manfredi, che era scappato a Lucera, dove aveva ottenuto l’appoggio decisivo dei Saraceni.
Rafforzato il suo esercito, Manfredi costrinse le truppe papali alla resa presso Foggia, il 2 dicembre. Intanto, a Napoli il papa si era ammalato gravemente: morì dopo cinque giorni, il 7 dicembre.
Che fine fece Giacomo Torello? Per trovare qualche curiosità utile alla nostra ricerca, dobbiamo ricorrere – con tutte le cautele necessarie – ai discussi Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo. (45) Il cosiddetto Pseudo-Matteo, presunta cronaca coeva degli anni 1247-68, è un testo zeppo di errori cronologici, che la critica ha giustamente riconosciuto come un falso cinquecentesco. (46) Tuttavia, a complicare il dibattito critico, è il fatto che in questo guazzabuglio – doloso o meno che sia – accanto alle cronache conosciute, siano forse confluite anche delle confuse notizie e testimonianze dell’epoca, tramandate in chissà che modo, e inevitabilmente travisate.
È il caso di un «Messer Jacopo Savello, capitano de le genti de lo Papa», il cui nome potrebbe essere un travisamento del nostro Giacomo Torello (che effettivamente faceva parte della spedizione papale). Di questo Jacopo Savello, nei Diurnali si ricorda che batté i Saraceni di Lucera a San Bartolomeo in Galdo (notizia giustamente contestata dal Capasso); ma più interessante è il fatto che:

Li Napolitani dipoi la morte di re Corrado haveano incomenzato a fare le alte mura della Città, & fecero fermare Messer Jacopo Savello, & Messer Brandino Ursino con le genti, per tenerse, finché se facea l’altro Papa. (46)

Con la morte del Papa, ai militari discesi con lui non rimaneva che tornarsene a casa; oppure divenire vassalli del vescovo di Napoli, che in mezzo a tutto questo bailamme rimaneva l’unica autorità ancora credibile. Così fece, quasi certamente, Giacomo Torello, che proprio a Casoria dovette avere in concessione dei terreni.
Una circostanza confermata dalla Platea di San Benedetto, che descrive accuratamente i beni dell’erede di Giacomo, patrono della cappella fondata dal suo antenato. Si tratta di un Marco Antonio Torello, il cui principale possedimento nel Seicento consisteva in un ampio territorio di 6 moggia situato «alla via di Caivano». Per il terreno, bisognava pagare ogni anno un censo di 8 ducati al «capitolo della maggior chiesa di Napoli», ovvero al vescovado; e il pagamento era fissato al 15 agosto, secondo l’antica consuetudine napoletana.
Altre notizie su Giacomo Torello non se ne trovano; se non qualche debole indizio in un documento degli anni 1276-79; nel quale, tra i feudatari del vescovo di Napoli Aiglerio, compaiono a Casoria uno Iacobus Tarallus (errata trascrizione di Torellus?) ed un Servatus Torellus. Ma si tratta di indizi molto deboli, tenendo conto anche del fatto che – come abbiamo visto – a Casoria esisteva già una famiglia Torello, fin dai tempi di Federico II, e dunque prima della spedizione di Giacomo. (47)

FONTE: Academia.edu (Pdf)


NOTE AL TESTO

1 – C. Ferone, Le origini del culto di San Mauro Abate a Casoria, Casoria (Na), GN, 2006; G. Pesce, Casoria, ricostruire la memoria di una città: Profilo storico e documenti dalle antichissime testimonianze al Novecento, Napoli, Oxiana, 2005.

2 – Cfr G.Pesce, Casoria, ricostruire la memoria di una città, cit; e Archivio Parrocchiale S. Benedetto Casoria (d’ora in poi ASB), Platea, ms. cart., Secc. XVII-XX, f. 387v.

3 – Nel 1614 il parroco Cesare Palladino scriveva che la chiesa era autonoma e vantava il titolo di rettoria e parrocchia da «immemorabil tempo»: ASB, Platea, cit., f. 1r; il primo documento noto è tuttavia la Santa Visita del Card. Francesco Carafa (1542), in cui si parla del parroco Nicola Russo, scomparso nel 1512: Cfr A. Illibato (a cura di), Il «liber visitationis» di Francesco Carafa nella diocesi di Napoli (1542-1543), Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1983, pp. 477-478.

4 – Nato nel 1352 come Ordine dello Spirito Santo e del Retto Desiderio, fu ribattezzato l’anno seguente Ordine del Nodo, detto anche “Nodo d’amore”, ed aveva come insegna «un cordone di seta gialla e d’oro che i cavalieri portavano al braccio destro a rammentar il legame col Sovrano»; Cfr P. Giacchieri, Commentario degli ordini equestri esistenti negli stati di Santa Chiesa: preceduto da un compendio storico dell’estinte istituzioni cavalleresche, Roma, Stamperia di Propaganda, 1852.

5 – Il monumento che per stile e tipologia più si avvicina a quello di Torello è l’anonima «figura giacente» nella cappella Manso presso San Lorenzo Maggiore a Napoli: il guerriero è rappresentato a mani giunte (come Torello) e non poggiate sul corpo, come nella quasi totalità degli altri monumenti del periodo; l’armatura è ugualmente semplice, anche se la lunga gotta è sostituita da un panneggio pieghettato. In generale, le sculture realizzate a Napoli dalla seconda metà del Trecento ai primi decenni del Quattrocento presentano fattezze molto simili a quelle di Torello, in particolare nei lineamenti del volto stilizzato e nella trama della maglia di ferro (esempio evidente il monumento di Enrico Loffredo, posteriore al 1420, nel transetto sinistro del duomo di Napoli).

6 – Sulle armature medievali esiste una vasta letteratura, per gran parte inglese; Cfr D. Edge, J. Miles Paddock, Arms & Armor of the Medieval Knight: An Illustrated History of Weaponry in the Middle Ages, Wingdale (NY), Crescent Books Inc., 1996.

7 – «P.R.» alla quarta linea, che sta per Pontifex Romanus.

8 – ASB, Platea, cit., f. 5r. e segg.

9 – Cfr C. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli, Napoli, Onofrio Savio, 1654, p. 228 e ss.; mentre su Marco Antonio Torello vedi B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, Erasmo Viotto, 1591, p. 414; e D. Capece Tomacelli, Storia del reame di Napoli dal 1458 al 1464, Napoli, Tip. Fernandes, 1840, pp. 141-143, 171.

10 – Cfr C. D’Engenio Caracciolo, Napoli Sacra, Napoli, Ottavio Beltrano, 1624.

11 – D. M. Manni, Osservazioni istoriche di D. M. M. accademico fiorentino sopra i sigilli antichi de’ secoli bassi, Firenze, 1741, t. IX, p. 149; e Cfr P. M. Amiani, Memorie istoriche della città di Fano, Fano, G. Leonardi, 1751, t. I, p. 169.

12 – Cfr P. Litta, Torelli di Ferrara, coll. Famiglie celebri italiane, 59, disp. 101 (p. I) e 103 (p. II), Milano, G. Ferrario, 1844.

13 – Chronica parva Ferrariensis in L. A. Muratori, Rerum Italicarum sciptores, VIII, Milano, Società Palatina, 1726, p. 484; poi in Riccobaldo da Ferrara, Chronica parva Ferrariensis, a c. di G. Zanella, Ferrara, Deputazione provinciale ferrarese di storia patria, 1983, p. 168.

14 – *Cronaca di fra Salimbene parmigiano dell’ordine dei Minori: volgarizzata da Carlo Cantarelli sull’edizione unica del 1857; corredata di note e di un ampio indice per materie, Parma, L. Battei, 1882, pp. 70-71.

15 – G. Nuvolato, Storia di Este e del suo territorio, Este, Tip. G. Longo, 1851, p. 559.

16 – Cfr L. Alberti, Descrittione di tutta l’Italia: et isole pertinenti ad essa, Venezia, Paolo Ugolino, 1596, p. 341. Per la missione del Montelongo vedi G. Marchetti Longhi, La legazione in Lombardia de Gregorio de Monte Longo: 1238-1251, Roma, Staderini, 1965, pp. 86-87.

17 – Cfr P. Litta, Torelli di Ferrara, cit.

18 – Cfr G. B. Verci, Storia degli Ecelini, Bassano, Stamperia Remondini, 1779, t. I, p. 114; e t. II, p. 191.

19 – G. B. Verci, Storia degli Ecelini, cit., t. I, p. 114.

20 – Tra il 15 dicembre 1224 e il 26 agosto 1225 è documentata la vicenda di Giacomo Torello, abitante in S. Simeone a Venezia, per la denuncia di una rapina subita da parte di alcuni sudditi del Marchese d’Este. Cfr Il Liber Communis detto anche Plegiorum del R. Archivio di Venezia: regesti di R. Predelli, Venezia, M. Visentini, 1872, suppl. di «Archivio Veneto», II (1872), pp. 61-62, 77, 82.

21 – Cfr S. Romanin, Storia documentata di Venezia, Venezia, P. Naratovich, 1854, t. II, p. 232; e P. D. Pasolini, Delle antiche relazioni fra Venezia e Ravenna, Firenze, M. Cellini, 1874, p. 99.

22 – L’iscrizione recita «sepulcrum magnifici dni salinguere deferaria primi qui obit die xxv iulium mccxiiiiii», anno interpretato come mccxliiiii: ma deve trattarsi di un errore (la stessa attribuzione «primi» è errata), se si tiene conto che nel diploma di investitura di Giacomo Torello, stilato con certezza a giugno del 1245, si parla del «quondam pater» Salinguerra; Cfr G. Tiraboschi, Memorie Storiche Modenesi, Modena, Società Tipografica, 1793, t. I, p. 166.

23 – G. B. Verci, Storia degli Ecelini, cit., t. I, p. 114; e t. II, p. 191; e C. Cantù, Ezelino da Romano, Torino, Tip. Ferrero e Franco, 1852, p. 140.

24 – L’atto rogato nel 1246 dal notaio modenese Giacomo Guizzardini è citato a stralci in Flaminio da Parma, Memorie istoriche delle chiese, e dei conventi dei Frati Minori dell’osservante e riformata Provincia di Bologna, Parma, Eredi Monti, 1760, t. I, p. 418; e poi riportato integralmente in V. Bellini, Delle monete di Ferrara, Ferrara, G. Rinaldi, 1761, p. 41 (n): «In Christi Nomine. Anno a Nativitate ejusdem millesimo CCXLV. Indictione tercia die Jovis octavo exeunte Novembri. Dominus Jacobus Torellus filius quondam Domini Salinguerra de Ferraria proremedio anima sua, & suorum majorum et suo libero arbitrio & spontanea voluntate nomine semplicis donatione dedit, & obtulit Domino Adygerio quondam Domini Petri de Adygeriis de Ferraria recipienti vice & nomine Conventus Fratrum Minorum Ferraria comorantium, & prò Ecclesia & loco ipsorum Fratrum de Terra quam habet in Civitate Ferraria prope locum praedictorum Fratrum & Turrim Communis quae esse super foveam Civitatis, seu a Croce Sancta Maria de Vado usque ad primam Turri […] super Terralium Civitatis & in longitudine tantum ut tenet locus Fratrum».

25 – A. Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, Ferrara, F. Pomatelli, 1791, t. II, p. 162.

26 – A. Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, cit., t. II, p. 163-164.

27 – Cfr *Annali Bolognesi, Bassano, 1789, II, t. I, p. 243.

28 – «A ce qu’on croit», ovvero «così fu creduto», si legge in *L’art de verifier les dates des faits historiques, des chartes, des chroniques, et autres anciens monumens, depuis la naissance de Notre-Seigneur etc., Parigi, Alexandre Jombert jeune, 1787, t. III, pp. 693-694.

29 – Cfr G. Ravegnati, Domenico Morosini, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, 2012, Vol. 77. Potrebbe forse trattarsi di Marino Morosini, doge negli anni 1249-53; ma in entrambi i casi, sia per Domenico che per Marino, non è documentata alcuna figlia femmina di nome Maria.

30 – Nel 1306 Salinguerra «figliuolo di Giacomo Torello» insieme a Ramberto Ramberti sostennero il tentativo, fallito, del marchese Francesco d’Este di prendere Ferrara al fratello Azzo VIII. Cfr G. Briani, Dell’historia d’Italia etc.,Venezia, Giovanni Guerigli, 1623, p. 273.

31 – N. G. Ceppi, Maraviglie trecento et una operate da Dio, per li meriti del santo protettore di S. Chiesa Nicola di Tolentino (…) da una copia del processo formato per la sua canonizatione etc., vol. I, Roma, Stamperia di Gio. Francesco Buagni, 1710, pp. 111-112.

32 – Una copia del diploma di Federico II del notaio Blasius Oldevrandi de Pelegrinis di Mantova (1351) è segnalata da P. Torelli, Due privilegi papali inediti per il monastero Canosino di Sant’Apollonio, in «Archivio Storico Lombardo», XIII (1910), serie IV, fasc. 25, p. 172 (n).

33 – Cfr L. Salvatorelli, L’Italia comunale: Dal secolo XI alla metà del secolo XIV in *Storia d’Italia, Milano, Mondadori, 1940, IV, p. 550; P. Zagata, Supplementi alla cronica di P. Z., Verona, Ramanzini, 1749, vol. II, p. II, pp. 241-242; e Rolandini Patavini, De factis in Marchia Tarvisina Libri XII, in L. A. Muratori, Rerum Italicarum sciptores, VIII, Milano, Società Palatina, 1726, pp. 243-244.

34 – Su Matilde di Canossa (1046-1115) vedi la monografia di P. Golinelli, Matilde e i Canossa, Milano, Mursia, 2004; lo stesso autore ha curato la riedizione del poema medievale di Donizone, Vita di Matilde di Canossa, Milano, Jaka Book, 2008.

35 – Il regesto di una copia (1286) dell’atto, estratto dai registri di Innocenzo III è in Archivio di Stato di Venezia, b. 83, cat. N, n. 46, Libro P, cc. 4r-4v; dal doc., datato 30 luglio 1215, si apprende che si tratta di una ri-concessione ottenuta dal Salinguerra, assolto da scomunica; Cfr anche la trascrizione di Odorico Rinaldi (1595-1671) in Annales ecclesiastici Caesaris Baronii, Barri-Ducis, Parigi, 1870, vol. XX (1198-1228), pp. 349-350. La notizia dell’investitura a Salinguerra «de Ducatu Comitissae Mathildae», concessa in Carpi nel 1215, è anche in *Annales veteres Mutiniensium, in L. A. Muratori, Rerum Italicarum sciptores, XI, Milano, Società Palatina, 1727, p. 57.

36 – Cfr Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, a cura di L. Weiland, t. II, in Monumenta Germaniae Historica, Hannover, 1896, p. 330, n. 214.

37 – Per la ricostruzione delle vicende degli anni 1245-54 Cfr P. M. Amiani, Memorie istoriche della città di Fano, Fano, G. Leonardi, 1751, t. I, pp. 200-206.

38 – Cfr B. Capasso, Historia diplomatica Regni Siciliae inde ab anno 1250 ad annum 1266, Napoli, Tip. della Regia Università, 1874.

39 – Anagni e Ceprano sono le prime tappe della “discesa” verso Napoli: seppure nel basso Lazio (oggi provincia di Frosinone), erano considerate città campane: «venit Anagniam civitatem Campaniae» si legge in B. Capasso, Historia diplomatica Regni Siciliae etc., cit, p. 70.

40 – Cfr B. Capasso, Historia diplomatica Regni Siciliae etc., cit, p. 74; la fonte del Capasso è la Vita Innocentii papae IV di Niccolò da Calvi, stampata in E. Baluze, Miscellaneorum liber septimus, Parigi, per Bibliopolarum Societatem, 1715, pp. 353-405; poi in L. A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, III, Milano, Società Palatina, 1723, pp. 589-592; e infine curata da F. Pagnotti, Niccolò da Calvi e la sua vita d’Innocenzo IV con una breve introduzione sulla istoriografia pontificia dei secoli XIII e XIV, «Archivio della Società Romana di Storia Patria», XXI (1898), pp. 7-120.

41 – Corrado si chiamava come suo padre; la forma diminutiva Corradino, comparsa per la prima volta in Italia e in seguito anche in Germania, fu impiegata in un primo tempo con intento ironico, mentre poi fu adottata per distinguerlo dal padre; Cfr P. Herde, Corradino di Svevia, in «Enciclopedia Fridericiana», Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2005.

42 – Per la ricostruzione cronologica di questo paragrafo – così come del prossimo – sono state confrontate le fonti utilizzate da B. Capasso; in part., oltre la già citata Vita Innocentii papae IV di N. da Calvi, le due cronache coeve raccolte in L. A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, VIII, cit.; la Pseudo-Jamsilla, ovvero Nicola di Jamsilla, Historia de rebus gestis Friderici II imperatoris ejusque filiorum Conradi et Manfredi Apuliae et Siciliae regum ab anno MCCX usque ad MCCLVIII, pp. 493-583; e Saba Malaspina, Rerum Sicularum Libri ab anno Christi MCCL usque ad annum MCCLXXVI, pp. 785-874.

43 – Sui legami tra Casoria e il monastero di San Gregorio Armeno Cfr R. Pilone, Le Pergamene di San Gregorio Armeno (1141-1198), Salerno, Carlone, 1996; C. Vetere, Le Pergamene di San Gregorio Armeno (1168-1265), Salerno, Carlone, 2000; e più in particolare per l’epoca in questione, l’ampia *Appendice documentaria: Parte A del lavoro a cura di N. Spinosa, A. Pinto, A. Valerio, San Gregorio Armeno: Storia, architettura, arte e tradizioni, Napoli, Fridericiana Editrice Universitaria – Fondazione Valerio, 2013.

44 – Cfr R. Pilone, L’antico inventario delle pergamene del Monastero dei SS. Severino e Sossio: Archivio di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, vol. 1788, vol. III, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1999, p. 1253; i Torello sembrerebbero giunti nel napoletano tra XI e XII secolo: la prima attestazione del nome risale infatti agli anni 1082-1095, quando uno Stephano, humile presbitero qui nominatur Torello, era custode della chiesa di Santa Maria de domino Teudino (Cfr Ivi, p. 1198).

45 – Cfr *Pseudo-Matteo, ovvero M. Spinelli da Giovenazzo, Ephemerides Neapolitanae, sive diarium rerum gestarum in regno Neapolitano ab a. 1247 usque ad a. 1268 in L. A. Muratori, Rerum Italicarum sciptores, VII, Milano, Società Palatina, 1726, p. 1063 e ss.

46 – Verosimilmente, i Diurnali di Matteo Spinelli da Giovenazzo furono realizzati intorno al 1572 da Angelo di Costanzo, attraverso notizie attinte da diversi storici napoletani e siciliani; per il dibattito critico, che vide contrapporsi Capasso e Minieri-Riccio, vedi almeno S. Palmieri, Bartolommeo Capasso e l’edizione delle fonti storiche napolitane, in G. Vitolo (a cura di), Bartolommeo Capasso: storia, filologia, erudizione nella Napoli dell’Ottocento, Napoli, Guida, 2005, pp. 157-162.

47 – *Pseudo-Matteo, cit., p. 1079.

48 – Il documento della lite tra l’arcivescovo di Napoli Aiglerio e la Regia Curia è in RCA, vol. XX, pp.106-108, n. 137; contro l’ipotesi di una errata trascrizione, c’è da dire che uno Iacobus Tarallus compare anche in una serie di documenti degli anni 1278-86 in P. Rescio, Archeologia e storia dei castelli di Basilicata e Puglia, Potenza, Consiglio regionale di Basilicata, 1998, App. doc., nn. 1174, 1183, 1184, 1187.


Per gentile concessione di:

Giuseppe Pesce

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