Il Palazzo dei Diamanti (parte 2)

Facciamo un brevissimo riassunto della prima parte.

Il palazzo dei Diamanti, uno dei simboli di Ferrara, oltre al Castello e alla Cattedrale è oggi importante sede della Pinacoteca e di mostre d’arte temporanee. La costruzione del palazzo di Sigismondo d’Este, fratello di Ercole I, ebbe inizio nel 1492 parallelamente all’avvio della Addizione erculea ideata da Biagio Rossetti. Al di là della data d’inizio, i lavori al  palazzo vennero avviati dallo stesso Biagio Rossetti e da un collaboratore, un tagliapietre di Mantova, tale Gabriele Frisoni. Rimasto incompiuto, a partire dal 1567 venne completato con la facciata a bugnato che vediamo ancora oggi, uno stile voluto da Luigi d’Este.

Continuiamo il nostro racconto.

Cesare d’Este

Dopo la partenza di Luigi per Roma, il palazzo fu abitato in maniera discontinua dai vari componenti della casa d’Este fino all’avvento della devoluzione del 1597. In quello stesso anno, esattamente il 27 ottobre, moriva il duca Alfonso II d’Este (1533-1597). Secondo la Bolla pontificia Prohibitio alienandi et infeudandi civitates et loca Sanctae Romanae Ecclesiae, emanata nel 1567 da Papa Pio V, in caso di assenza di eredi legittimi, il ducato, quale antico feudo papale, sarebbe passato sotto la sovranità dello Stato Pontificio.

Essendo senza eredi il duca designò alla sua successione il cugino Cesare (1562-1628), figlio di Alfonso marchese di Montecchio (1527-1587), che entrò in possesso del palazzo. Nel periodo di Cesare furono decorati all’interno del palazzo i tre ambienti che si affacciano su corso Biagio Rossetti e che costituivano l’appartamento della moglie Virginia de’ Medici (1568-1615), figlia dell’’ex Granduca di Toscana Cosimo I de’Medici: i soffitti a cassettoni e i fregi della stanza matrimoniale e di quella del parto vennero decorati prevalentemente da Giulio Belloni mentre altri dipinti vennero realizzati su tela dai fratelli Carracci e da Gaspare Venturini.

Nel 1570 il grave terremoto che colpì la città provocò danni anche al palazzo.

Il periodo della Devoluzione e l’Ottocento

Francesco I d’Este

La nomina di Cesare come successore di Alfonso II venne riconosciuta dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo (1552-1612) ma non dal papa, Clemente VIII (1536-1605), nato Ippolito Aldobrandini, che si riappropriò della città. Il 28 gennaio 1598 il duca Cesare e la sua famiglia lasciarono la città, portando con sé carri colmi di arredi pregiati, per trasferirsi a Modena.
Essendo il palazzo un bene allodiale (cioè posseduto in piena proprietà e non ricevuto in concessione) della famiglia d’Este, non venne assoggettato alla Devoluzione del 1598.
Alla morte di Cesare gli successe il figlio Alfonso III d’Este (1591-1644), uomo acceso e impulsivo, che assunse il governo del ducato fino al 1629, anno in cui abdicò a favore del figlio Francesco I d’Este (1610-1658), per ritirasi fino alla morte in un convento di cappuccini. Nel 1641 il palazzo dei Diamanti venne  ceduto all’illustre famiglia dei marchesi Villa, in particolare a Guido I Villa, celebre capitano, il quale con la spesa aggiuntiva di 3.000 scudi fece realizzare, su progetto di Vincenzo Tassoni, le paraste (elementi architettonici verticali, SIN. pilastro)  del portale maggiore d’ingresso.

Il portale del palazzo

Della famiglia Villa abitarono il palazzo, oltre a Guido I, il figlio Ghiron Francesco (1613-1670) e Guido III, uomo erudito e di religione. Alla morte di quest’ultimo, nel 1808, il palazzo dei Diamanti rimase in gran parte disabitato; solo la sala nobiliare, al piano superiore, venne utilizzata come archivio- deposito da parte dei vari tribunali.
Nel 1836, volendo trovare un vasto e nobile fabbricato che in se potesse contenere la Pinacoteca (fino a quel momento situata in un ambiente del palazzo municipale) e un civico Ateneo, l’attenzione cadde verso il palazzo dei Diamanti. Il 30 settembre 1842 il palazzo fu alienato dai discendenti dei primi coeredi di Guido III Villa alla Comunità di Ferrara per 6.800 scudi. Diventato pubblico il palazzo si diede subito mano a non poche riparazioni, rimaneggiamenti e fattivi abbellimenti vistosi. Vi fu traslocata la Pinacoteca Comunale e vi fu stabilita, all’interno dell’’Ateneo, la scuola comunale d’ornato e quella teorico-pratica territoriale d’agraria al quale venne assegnato, per le lezioni di orticoltura, il grande orto annesso all’edificio.

La struttura del palazzo e le varie modifiche subite

Il palazzo che noi tutti oggi ammiriamo non è quello originario. Una questione dibattuta riguarda la datazione delle diverse parti del palazzo che, come sappiamo dalle testimonianze letterarie, rimase incompiuto a partire dal 1503 e fu ripreso negli anni successivi in due tappe.
Ad essere oggetto di discussione è soprattutto il rivestimento a bugnato. Secondo il FRIZZI, l’AVVENTI (Il Senatore, 1838) e il CITTADELLA il palazzo «era già in altra forma edificato da Sigismondo d’Este nel 1492; lo comprò il duca Ercole [II] per il … figlio Luigi, poi cardinale, e fu questi che nel 1567 cominciò a ridurlo alla presente figura (AVVENTI, Il Senatore, 1838)».
Per il CITTADELLA «il Frizzi equivocò nel dire che il palazzo fosse fatto così ridurre dagli eredi del cardinale Luigi, nel 1567, dovendo intendere tale riduzione soltanto riguardante l’interno perché dai testamenti stessi … vedesi medesimamente denominato “dei Diamanti” il che vuol dire che era così rivestito fin d’allora».

La ripresa dei lavori a partire dal 1567 sarebbe stata quindi determinante per l’aspetto della facciata, secondo alcuni non del tutto da attribuirsi al Rossetti. Secondo il MEDRI (Ferrara, 1953), infatti, «l’edificio ebbe dall’architetto Biagio Rossetti, che ne iniziò la costruzione intorno al 1492 (visto in precedenza, N.d.A.), forme alquanto diverse dall’attuale». A dirimere il problema interviene la constatazione, fatta nel corso dei rilievi, dell’’arretramento del paramento murario rispetto alla cornice, il che prova come il rivestimento marmoreo non possa essere stato un’aggiunta cinquecentesca non contemplata nel piano originario.

Al di là di questo interrogativo, ancora oggi non spiegato, c’è un altro aspetto legato al palazzo alquanto “misterioso” che vale la pena approfondire. Riguarda, una volta  varcato l’ingresso principale, il grande cortile interno.
Vediamo di che si tratta.

Il cortile del palazzo

Il cortile interno del palazzo, com’è noto, si presenta disposto lungo una direttrice che pur tagliando a metà l’ingresso, il pozzo e l’arco principale del muro di cinta, non coincide con la sua mezzeria Questo induce a pensare ad una originaria massa fabbricativa destinata a stabilire l’equilibrio volumetrico in quello spazio. Si può dedurre da questo che nel settore nord si trovasse una scala coperta oppure un ala del palazzo simile a quella di fronte.

Se spostiamo lo sguardo ed esaminiamo la parte sopra il loggiato principale (quello rivolto verso il portale d’entrata) notiamo a circa due terzi dell’’altezza un accenno di attacco di muro che partirebbe dall’arco ribassato posto all’estremità sinistra del loggiato.
Nella parte terminale di questo accenno sono visibili una serie di fori di travi posti in diagonale che farebbe presupporre un attacco di falda di tetto; una conferma di quanto detto la si può ottenere immaginando l’arco ribassato a sinistra inglobato in questo corpo mancante da cui ne uscirebbe un colonnato formato da sette archi. Da questo si evince che il muro dell’’ala nord non sarebbe stato altro che una parete divisoria. Ad avvalorare questa tesi  è la constatazione dei fori che attraversano la parete per un tratto molto esteso corrispondenti a teste di incastro di travi (spessore 40 cm) che incontrerebbero l’intersezione del presunto muro e del tetto. Ammettendo l’esistenza di un ala nord analoga all’ala sud (tutto quello scritto si basa su delle ipotesi), è lecito dedurre che in un imprecisato momento questo corpo mancante abbia subito un deperimento della struttura ,o sia andato in rovina, tale da richiederne una totale trasformazione; questa ipotesi troverebbe conferma nelle cronache del 1567 che menzionano un parziale rimaneggiamento dell’’edificio voluto da Luigi d’Este.
In questo contesto si inserisce il mistero riguardante i fori e la presunta scala posta all’interno. In caso di crollo del corpo mancante dell’ala nord, il presunto architetto incaricato di risolvere il problema si sarebbe trovato di fronte al dilemma di trasformare il muro dell’’ala nord da divisorio in portante.

Soluzione del nostro presunto architetto sarebbe stato quello di accostare a questo muro la famosa scala. Ed ecco quindi spiegato il motivo dei fori sulla parte oggi visibili.

Al di la di questo, se effettivamente sia esistito o meno un corpo mancante nel lato nord del cortile ciò spiegherebbe anche la presenza di un arco, oggi inglobato nel muro di cinta, eretto nel 1630, posto sul lato ovest del cortile. Questo arco risulta essere asimmetrico rispetto al grande arco centrale e ai quattro laterali; mentre due di questi si trovano a sinistra dell’’arco centrale, sulla destra se ne vedono tre di cui l’ultimo murato.

Se nel 1630 fosse stata ancora in piedi l’ala nord completa del corpo mancante questo arco non avrebbe potuto esserci. Si può quindi ipotizzare che la presunta scala avrebbe occupato la medesima larghezza dell’’ala, come testimoniato oggi dai resti dell’’attacco in marmo sporgente verso l’esterno.

Insomma, concludendo, è davvero possibile che sia esistito un corpo mancante in “aggiunta”all’ala nord? Non lo sapremo mai, anche perché le affermazioni esposte precedentemente si basano solamente su ipotesi; non esistono infatti disegni o descrizioni riguardanti l’ala nord del palazzo all’inizio del Cinquecento. Rimangono oggi in bella vista, all’osservatore attento ai particolari, solamente i fori nella parete e i resti  dell’’attacco in marmo nel muro di cinta.

Oggi il Palazzo, assieme al Castello e alla Cattedrale, è uno dei luoghi più visitati dai turisti che vogliono ammirare le opere dei grandi maestri della scuola ferrarese, quali Ercole de’ Roberti, Cosmè Tura, Garofalo, Dosso Dossi. Oltre alla Pinacoteca Nazionale, a partire dal 1992, il palazzo ospita anche, nella Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, mostre temporanee di alto livello riguardanti in particolare pittori di varie scuole,  e di varie epoche, e autori di opere letterarie.

Emblematica l’immagine del Palazzo regalataci dal poeta Giosuè Carducci:

« Lampeggia, palazzo spirtal de’dïamanti,
e tu, fatta ad accôrre sol poeti e duchesse,
o porta de’ Sacrati, sorridi nel florido arco! »
(Giosuè Carducci, Alla città di Ferrara)

Il Palazzo dei Diamanti (parte 1)

INTRODUZIONE

Il palazzo dei Diamanti è oggi una tra le principali attrazioni turistiche della città di Ferrara, un luogo carico di storia (e di storie) che, per lo splendore e la particolarità della sua struttura, viene considerato tra le principali e più rappresentative costruzioni del Rinascimento Italiano. Il palazzo è ubicato in Corso Ercole I d’Este, la via che meglio rappresenta la storia della città, punto di congiunzione fra l’epoca medievale e quella rinascimentale.
Una domanda che tanti si pongono è questa, perché si chiama “palazzo dei Diamanti” ? Il nome stesso attribuito al palazzo costituisce un omaggio al duca Ercole I, promotore del raddoppio della città, come vedremo, che proprio sul suo stemma esibiva il simbolo del diamante. Da qui probabilmente deriva il nome del palazzo. In realtà c’è un altro motivo per cui il palazzo si chiama “dei Diamanti” e lo vedremo più avanti nell’articolo. Per fare chiarezza al lettore è opportuno però cominciare la storia dall’inizio, a quando il ducato di Ferrara era governato da Ercole I d’Este.

Addizione di Ercole I detta appunto “erculea”

GLI INIZI DEL PALAZZO

Data di inizio della costruzione del palazzo di Sigismondo d’Este (1433-1507), fratello del duca Ercole I, è l’agosto 1492, anno in cui vennero iniziati i lavori della cosiddetta Addizione erculea, un opera che doveva esaltare il prestigio della corte estense e metterla in competizione con le più importanti corti europee.
L’elenco dei terreni lottizzati dal duca Ercole I, per tale opera, nel febbraio 1493, comprendente anche il palazzo di messer Sigismondo (come si legge dal CALEFFINI, Cronica, 1471-94), induce a spostare di almeno alcuni mesi in avanti la data di inizio dei lavori. La data 1493 è confermata, del resto, da un rogito del notaio Bonomelli dello stesso anno (ZACCARINI, Passeggiate, III, 1919 – p. 49) che registra un contratto tra Sigismondo d’Este e certi maestri fornaciai.
Sulla questione di inizio di costruzione del palazzo c’è la testimonianza di un modenese, Jacopino de’ Bianchi detto De’ Lancellotti (1507-1554), uomo di notevole e varia cultura, il quale nelle sue Cronache scrisse di aver visto a Ferrara nel 1496, e non nel 1493 (CAMPORI, Architetti, 1883), il palazzo di Sigismondo « molto alto e le fazade ascharpada de fora a malmora e diamanti» (AGNELLI, Porte, 1909). Questo punto ancora oggi rimane un mistero.
Ma andiamo avanti.

Quale che si la data, i lavori al palazzo di Sigismondo vennero iniziati dall’architetto di corte Biagio Rossetti (1447-1516); a partire dal 1486 iniziò a collaborare con il Rossetti Gabriele Frisoni, un tagliapietra originario di Mantova, arrivato nella città estense l’anno prima. I due lavoreranno al completamento del palazzo fino al 1503; in quell’anno sia il Rossetti che il Frisoni lasciarono l’incarico, sostituiti da Cristoforo da Milano e da Girolamo da Pasino. Nonostante un primo parziale completamento, l’edificio rimase incompiuto per buona parte del Cinquecento. Non dimentichiamo che in questo periodo, ancora splendido per la città, vissero o soggiornarono per breve tempo, sia grandi artisti, come Dosso Dossi, Garofalo e Michelangelo, che letterati del calibro di Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto (che proprio a Ferrara completerà l’opera Orlando furioso) e Torquato Tasso.
Ma torniamo al palazzo.

LUIGI D’ESTE E IL BUGNATO

I lavori di completamento ripresero solamente nel 1567 per volontà del cardinale Luigi d’Este (1538-1586) a cui il padre Ercole II aveva lasciato in eredità il palazzo e i mezzi per completarlo.
Galasso Alghisi, noto anche come Galeazzo da Carpi (1523-1573), architetto al servizio di Ercole II e successivamente di Alfonso II, opererà al rifacimento tardo cinquecentesco del palazzo, inserendo il fascione in laterizio che corona il palazzo, il balconcino d’angolo e la forma e disposizione delle finestre in facciata.

L’intervento più importante voluto da Luigi d’Este riguarda il rivestimento esterno della facciata che, di fatto, da il nome all’edificio. Venne realizzato con il bugnato a punta di diamante che, come si può vedere oggi, ne decora le due facciate prospicienti, sul lato est Ercole I d’Este, e su quello nord Corso Biagio Rossetti (anticamente chiamata via di san Benedetto o dei Prioni).
Sulla decorazione a bugnato, nella tradizione ferrarese, esiste una misteriosa leggenda che cercherò brevemente di approfondire. Si racconta che tra i circa 8.500 blocchi di marmo uno solo contenga un autentico diamante nascosto da Ercole I d’Este, forse lo stesso della sua corona. A conoscere l’esatta ubicazione di questo presunto diamante sarebbero stati solo il duca e il capomastro incaricato. Secondo la tradizione il duca, preoccupato dal capomastro che come lui conosceva il segreto, lo fece convocare, gli fece mozzare la lingua e accecare gli occhi, occultando per sempre l’esatta posizione del diamante.
Apparentemente però la vicenda non ha tanto di misterioso.
Tuttavia la spiegazione riguardo a questo diamante può essere interpretata in un altro modo.
L’intervento urbanistico promosso da Ercole I sulla città, come ho già detto, prese il nome di “addizione erculea”. Scopo di questo intervento era ingentilire le antiche costruzioni medievali ma soprattutto “ridisegnare” il volto della città.

Mappa astrologica
(tratto da C. Bassi, Perché Ferrara è bella , 1994)

Per prevenirne l’espansione casuale il duca volle che spazi vecchi e nuovi fossero oggetto di attento studio e valutazione. A tal proposito coinvolse decine di architetti, geometri e persino studiosi di scienze occulte e astrologi. La pianta cittadina, se la si osserva, è infatti un pentagono perfetto di strade che si allontanano dal Castello e in questo lo stesso palazzo dei Diamanti pare sia stato posizionato con attenti e precisi canoni in un punto particolare, come ad indicare qualcosa che rispecchiasse l’armonia della natura e l’influenza degli astri.
Chissà, forse proprio il leggendario diamante nascosto?
È una ipotesi ancora tutta da verificare.

La leggenda del Mago Chiozzino

Ferrara è una città ricca di leggende che riguardano sia il centro storico, sia il suo territorio. Fiumi, corsi d’acqua, paludi, pianure ricoperte di nebbia, tutto questo ben si è prestato a far nascere racconti e credenze popolari legate al mondo del mistero. Tra queste storie c’è ne una, che pochi conoscono, molto interessante: la leggenda del Chiozzino.

L’area detta appunto del Chiozzino, situata sul lato meridionale della città, è quella oggi compresa tra la via Ripagrande a nord, Piangipane a sud, Boccacanale di Santo Stefano ad ovest e vicolo del Chiozzino ad est.

La nostra storia inizia da uno  stimato ingegnere idraulico di nome Bartolomeo di Antonio Chiozzi, più noto col nome di Chiozzino. Mantovano di nascita, vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, dopo essere diventato ingegnere idraulico si trasferì a Ferrara, dove svolse la professione. La sua fama di ingegnere si consolidò tantissimo e Bartolomeo legò il suo nome ad opere importanti; d’altra parte la vicinanza del fiume Po e dei suoi bracci secondari, necessitavano di una continua supervisione e di molti lavori di contenimento per evitare disastri naturali.
Nell’area del Chiozzino, dove scorreva uno dei bracci del Po, proprio sulla Ripagrande esisteva un grande e sfarzoso palazzo fatto erigere dai nobili Palmiroli che divenne poi l’abitazione del Chiozzi. Su casa di Ripagrande e sul tetro vicolo adiacente, secondo le credenze popolari, si diceva fossero frequentati dal diavolo e dalle streghe. Divenuto padrone del palazzo, il Chiozzi  sposò nel 1706 la bella Cecilia Camilli. Sul nuovo inquilino di Palazzo Palmiroli cominciarono a circolare strane voci e dicerie; la stranezza e l’eccentricità del personaggio e la sua bravura straordinaria, contribuirono a cucirgli addosso un vestito demoniaco.

«Si vuole che Urlone abitasse già in Barco e vi si facesse sentire, specie nelle notti tempestose, anni e secol prima che il cabalista e astrologo Chiozzini si trasferisse dalla nativa Mantova a Ferrara, comprando, per andarci a stare con la famiglia, palazzo Palmiroli in Ripagrande, dietro il ramparo di Piangipane».

E veniamo alla leggenda…
Un giorno, durante uno scavo in cantina, Bartolomeo trovò in una cassetta un libro con delle formule di stregoneria e con i rituali per invocare il demonio. A questo punto le versioni differiscono tra loro per alcuni particolari, ma in generale avvenne più o meno quanto segue. Il Chiozzi invocò quindi il signore delle tenebre che si materializzò nella figura di un servitore di nome Fedele e di cognome Magrino, meglio conosciuto con il nome di Urlone del Barco.

«E qui il Chiozzini diventò anche mago, scavando in cantina, dove trovò una cassetta con dentro il libro degli incanti, e la formola per chiamare il diavolo … un omiciattolo … storto, sbilenco da tutte le parti, panciuto su gambette esili, di pelo rosso che gli mangiava la fronte, rinselvava gli occhi volpini, riempiva gli orecchi».

«Onore, gloria, passioni, soddisfazioni, nemici, ricchezze … tutto avrai da me purché tu divenga mio amico e ti lasci interamente da me condurre. Io vestirò forma umana, assumerò la qualità di tuo domestico e ti servirò fedelmente in tutto quanto da me vorrai» gli avrebbe detto Magrino dopo essere stato invocato (cfr Ugo Quaglio, Bartolomeo Chiozzi e la sua leggenda). Il diavolo prese così a seguire l’ingegnere in tutti i suoi spostamenti per tanti anni fino a che, questi, si stancò.

Un giorno del «14 agosto 1717 direttosi il Chiozzi verso la Chiesa di San Domenico» gli venne una grande voglia di entrare all’interno. Ma come fare dal momento che il demonio glielo avrebbe di certo impedito? «Finse egli [Bartolomeo] essersi scordata la scatola … disse: Fedele! Vammi a prendere la Tabacchiera!». Il servo obbedì e Bartolomeo entrò in chiesa senza problemi. Quando il servo tornò, vide il padrone che era stato accolto con grande favore dai frati domenicani e cominciò a sbraitare e inveire contro di essi.
Dopo essersi trasformato in un mostro dalle zampe caprine e dagli occhi rossi cercò allora di entrare ma uno dei religiosi, prontamente, gli buttò addosso dell’acqua benedetta.

Per rabbia il diavolo diede un calcio al pilastro di destra dell’entrata, segno questo visibile ancora oggi.
Il Chiozzi riuscì finalmente a liberarsi dello scomodo fardello e Magrino fuggì nelle boscaglie del Barco, dove continuò a farsi sentire per molto tempo, con urla e versi terrorizzanti. Il palazzo, dopo la morte dell’ingegnere, continuò a rimanere al centro di misteriose dicerie. Per queste voci rimase sfitto a lungo, come se il maligno si fosse vendicato dell’affronto subito. Nel 1910, non riuscendo a trovare nessun compratore, l’edificio venne adibito a stalla pubblica, ma i tanti rumori e l’angoscia dei cavalli che si imbizzarrivano come sferzati da fruste invisibili, fecero ben presto abbandonare anche questo progetto.

Oggi Palazzo Chiozzi ospita abitazioni e pochi uffici, ma per quei ferraresi che, di questo racconto ne hanno sentito parlare dai loro nonni, questo rimarrà sempre la casa del Mago Chiozzino, un uomo che si dedicò agli studi matematici ma che fatalmente rivolse le sue straordinarie cognizioni scientifiche alla magia e al sortilegio…

 

I grandi artisti del rinascimento ferrarese – Cosme Tura e Francesco del Cossa

Nel corso del Quattrocento, Ferrara è un crocevia di pittori e correnti pittoriche diverse, il cui influsso è alla base della scuola pittorica ferrarese, meglio conosciuta come Officina Ferrarese. I due più grandi artisti di questa scuola, che fecero di Ferrara una protagonista del Rinascimento italiano, furono Cosme Tura e Francesco del Cossa.

Francesco del Cossa

Cosimo Tura (1433-1495), meglio noto come Cosme Tura, considerato il fondatore dell’Officina Ferrarese, fu il pittore ufficiale dei duchi Estensi. Di origini umili, sulla sua vita di apprendista si hanno poche notizie. I primi documenti che lo riguardano sono datati al biennio 1451-1452, quando lavorò per la corte estense decorando alcune bandiere con stemmi estensi, per il Castello, e un elmo dato in premio al vincitore di un torneo. In effetti, nelle botteghe artistiche dell’età rinascimentale questi lavori erano all’ordine del giorno e rappresentavano, per l’artista e la bottega stessa, una fonte di sostentamento. Dalla metà del 1453 all’aprile del 1456 non si hanno documenti sulla presenza del Tura a Ferrara; l’artista è forse a Padova alla bottega di Francesco Squarcione (suo primo maestro), dove a modo di conoscere grandi artisti come Donatello e il Mantegna. Va ricordato che oltre a Squarcione ci fu un altro maestro nella vita di Cosme Tura: si tratta di Piero della Francesca, che l’artista forse incontrò direttamente a Ferrara nel 1458-59. Presso la corte estense, prima con Borso e poi con Ercole I, l’artista svolse diversi lavori, tra i più disparati. Oltre che valente pittore, fu scenografo nelle feste e nei tornei, decoratore di arredi, vesti, coperte e vasellame, e disegnatore di cartoni d’arazzo. Del periodo borsiano sono le grandiose ante dell’organo del Duomo di Ferrara, dove dipinse su un lato l’Annunciazione e sull’altro San Giorgio e la principessa. Per conto di Ercole I, succeduto a Borso, lavorò invece alle decorazioni di stanze, di studi e della biblioteca di Giovanni Pico della Mirandola.

Tra il 1469 e il 1471 Cosme Tura lavorò a stretto contatto con un altro grande artista della scuola ferrarese: Francesco del Cossa (1436-1478)  “pittore quasi obbliato in patria perché vivuto molto in Bologna”. Lo stile di Francesco del Cossa si differenzia dal Tura nella maggiore pacatezza e duttilità espressiva, mentre gli somiglia nella corretta distribuzione dello spazio e nell’intonazione brunita della tempera. L’opera più importante del Cossa, di poco più giovane di Cosme Tura da cui assimilò le capacità figurative, sono gli splendidi affreschi della Sala dei Mesi di palazzo Schifanoia; di Francesco sono i mesi di Marzo, Aprile e Maggio mentre il mese di Settembre è attribuito ad un altro artista di stampo ferrarese, Ercole de’Roberti (1451 o 1456-1496).

Attraverso l’attività di illustri artisti, come il Cosme Tura e Francesco del Cossa, la pittura ferrarese acquisì una sua propria personalità nell’arte figurativa. Questi artisti ebbero la fortuna di formarsi nell’ambiente vivace e artisticamente produttivo della corte estense, aperta agli scienziati, ai letterati, ai musicisti e naturalmente ai pittori. L’eredità artistica dei maestri quattrocenteschi saranno poi recepiti da altri grandi artisti di formazione variegata, come il Garofalo e Dosso Dossi, aggiornati alle novità del Rinascimento romano e veneziano.

Francesco del Cossa Trionfo di Venere, Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia, Ferrara

I grandi artisti del Rinascimento ferrarese – Benvenuto Tisi da Garofalo e Dosso Dossi

A metà del Cinquecento, l’eredità artistica della scuola ferrarese quattrocentesca venne raccolta da altri pittori, di formazione variegata, che si erano aggiornati alle novità del Rinascimento romano-veneziano. Principali artisti di questa nuova corrente furono il Garofalo e Dosso Dossi, questo era il rinascimento ferrarese.

Benvenuto Tisi, detto il Garofalo (1481 o 1476-1559) fu il principale artista della corte estense nel primo Cinquecento. Prima di continuare  è opportuno svelare una piccola curiosità: perché il soprannome Garofalo? È chiamato così in quanto “Garofalo”, oltre ad essere il paese in cui forse nacque, una frazione di Canaro in provincia di Rovigo, è anche la firma dell’artista nei suoi quadri, appunto il disegno di un garofano. Ma andiamo avanti.
A partire dal 1491 sembra che Tisi sia stato apprendista di Domenico Panetti, talvolta anche collaboratore di Dosso Dossi mentre a Cremona, tra il 1498 e il 1499, lavorò sotto la direzione di Boccaccio Boccaccino (1466-1525), che gli fece conoscere lo stile cromatico veneziano.

Benvenuto Tisi da Garofolo – Bambin Gesù dormiente

Nei primi anni del Cinquecento, Benvenuto Tisi fece molti viaggi affinando le proprie arti pittoriche e facendo conoscenza con altri maestri pittori; uno di questi, che influenzerà molto la sua arte pittorica (ad esempio nel quadro Madonna in trono e santi, oggi conservata alla Pinacoteca di Ferrara), sarà Raffaello, conosciuto nel 1512 presso la corte di papa Giulio II.

A Ferrara, a partire dal 1512 lavorò per la corte estense, in particolare sotto il ducato di Alfonso d’Este (1476-1534), arricchendo con le sue opere gran parte delle chiese. Tra questi capolavori citiamo la Madonna con Bambino in trono con San Giovanni Battista, San Girolamo due santi e la donatrice Ludovica Trotti (1517), i disegni preparatori degli otto arazzi che raccontano le Storie dei santi Giorgio e Maurelio e l’Adorazione dei Magi (1537).

Un altro artista, attivo alla corte estense di Alfonso I, luogo privilegiato anche dall’Ariosto, fu Giovanni di Niccolò Luteri, meglio conosciuto come Dosso Dossi (1486?-1542). Suggestivo interprete delle fantastiche evocazioni dell’Ariosto, i suoi motivi mitologici furono fonte di ispirazione per i pittori emiliani del primo Seicento, tra i quali Annibale Carracci. Nella sua formazione Dosso, a differenza degli altri pittori, come il Garofalo,  non attinse direttamente alla prestigiosa scuola ferrarese quattrocentesca; la sua influenza gli venne invece dai pittori veneti, in particolare da Giorgione (1478-1510). A questi insegnamenti di base l’artista aggiunse poi rimandi alla cultura classica e a Raffaello.

Dosso Dossi – Trionfo di Bacco (1513-1514), oggi custodito a Mumbai

Dopo aver prestato servizio alla corte dei Gonzaga, nel 1514 venne nominato pittore di corte a Ferrara. In tale veste fu coinvolto nelle principali imprese decorative di Alfonso d’Este, di cui la più importante sono i Camerini d’alabastro; a lui è infatti attribuita la coreografia generale dell’apparato decorativo, a cui parteciparono da Venezia Giovanni Bellini e Tiziano, nonché la realizzazione di alcuni dipinti, tra cui il Trionfo di Bacco. Sempre per la corte estense realizzò varie tele che ornavano i soffitti dei palazzi e molte decorazioni minori. Con i suoi frequenti viaggi (Firenze, Roma e soprattutto Venezia), Dosso seppe essere sempre aggiornato alle ultime novità dei centri artistici nevralgici della penisola.

Il Castello del Buonconsiglio – XIII secolo

Verso il 1530 affrescò, per la famiglia dei Della Rovere, la Villa Imperiale di Pesaro mentre nel Castello del Buonconsiglio, per conto del Principe Vescovo di Trento Bernardo Cles, affrescò una ventina di ambienti.

Nella seconda metà del Cinquecento, nonostante la scomparsa di Dosso (1542) e la fine delle grandi committenze granducali, Ferrara mantenne una certa vitalità artistica grazie alla presenza della famiglia Filippi, il cui massimo esponente fu Sebastiano detto Il Bastianino (1532-1602), e di vari artisti come Carlo Bononi (1569-1632). Ma con l’annessione della città allo Stato della Chiesa e il trasferimento della capitale estense a Modena, Ferrara perse il ruolo di centro artistico, che nel Quattrocento era stato un punto di riferimento per le corti europee. A far finire un’epoca di splendore artistico-culturale, sarà lo smantellamento dei camerini d’alabastro (1598), le cui decorazioni, portate a Roma, finiranno disperse in vari musei.

 

Signorie – Ferrara. Gli estensi

Ferrara, xv secolo.

La nostra città sta avendo il suo periodo d’oro con la stirpe nobile degli Estensi. Ferrara cresce e crescono con essa, popolazione, commercio, urbanistica e sontuosi edifici che ancora oggi possiamo visitare e goderci.

Non mi sono mai stati particolarmente simpatici gli Estensi ma fanno parte di una buona fetta della storia della città in cui vivo, poco da dire…una storia davvero interessante.

La RAI ha realizzato un bellissimo documentario dedicato alla nostra casata d’Este e qui lo replichiamo affinchè lo possiate vedere.

Buona visione!

Visita alla Cattedrale di Ferrara

In quest’articolo, cari lettori, anziché parlare dei personaggi illustri della città o raccontare storie e leggende della tradizione ferrarese, faremo un giro turistico nel centro di Ferrara, andando a visitare il Duomo.

La cattedrale di Ferrara, dedicato a San Giorgio Martire, è il principale luogo di culto della città di Ferrara, nonché sede vescovile dell’Arcidiocesi di Ferrara – Comacchio. L’edificio sorge al centro della città, di fronte al Palazzo Comunale e a fianco della antica Piazza delle Erbe, poi ribattezzata piazza Trento e Trieste.

Oggi la cattedrale non è più chiesa parrocchiale ma è ovviamente sede di tutte le celebrazioni più importanti della diocesi, dall’elezione del nuovo vescovo ai funerali solenni; in primavera, inoltre, all’interno della chiesa avviene la cosiddetta Benedizione dei Palii, ovvero dei quattro stendardi dipinti che costituiscono il premio delle quattro gare del Palio di Ferrara.

La costruzione del duomo iniziò a partire dal XII secolo, grazie al contributo di Guglielmo II degli Adelardi (1120-1185) che, con le sue ingenti risorse, nel 1135 finanziò l’edificazione dell’edificio, su concessione di Papa Anacleto II. A quel tempo la città si stava allargando sulla riva sinistra del Po e di conseguenza il baricentro della città si stava spostando verso Nord. La precedente chiesa di San Giorgio, ancora oggi chiesa parrocchiale, sorgeva infatti sulla riva destra del Po di Volano, al di fuori della cinta muraria, là dove era sorto il primo nucleo di Ferrara. Alla chiesa, di stile romanico-gotico come testimoniato dalla facciata, tra il 1451 e il 1493, venne aggiunto il campanile, progettato dall’architetto Leon Battista Alberti e mai completato, e l’abside, questo invece su progetto del ferrarese Biagio Rossetti.

La basilica di San Giorgio fuori le mura

Osservando la facciata, in marmo bianco a tre cuspidi, si possono notare, logge, arcatelle, rosoni, finestroni strombati, statue e numerosissimi bassorilievi. Volgendo lo sguardo in basso a destra, si nota una statua di Alberto V d’Este, mentre a sinistra, un busto bronzeo di papa Clemente VIII è posto sopra una lapide che ricorda la presa di Ferrara da parte dello stesso pontefice. Sempre a destra, sopra la porta d’ingresso, vi è un curioso busto femminile molto antico, al quale i ferraresi sono molto affezionati. Si racconta che un certo Marco aveva fondato la città chiamandola con il nome di una fanciulla troiana che aveva recato con sé; il suo nome era “Madonna Frara” , ovvero Madonna Ferrara. Al centro, sopra il portone d’ingresso, si può ammirare un Giudizio universale, scolpito da ignoto in stile gotico, una statua della Madonna con il bambino e in basso due opere dello scultore Nicholaus: la Statua di san Giorgio, protettore di Ferrara, e le Scene del Nuovo Testamento.

Una ricostruzione della distrutta Porta dei Mesi

Facendo due passi verso il lato sud si ha una vista della piazza.

Su questo lato, circa a metà, era presente un grande portale di entrata, demolito nel Settecento, che si affacciava lungo la via San Romano: era la Porta dei Mesi, chiamata così per via delle formelle, dei mesi appunto, che la decoravano. Oggi queste formelle si possono ammirare al Museo della Cattedrale, distante pochi passi dal duomo. Dopo aver dato uno sguardo all’esterno, è giunto il momento cari lettori di entrare dentro.

L’interno della chiesa, rifatto a causa di un incendio nel XVII secolo in stile barocco, si presenta suddiviso a tre navate con triplice transetto (per chi non lo sapesse, il transetto è quella parte architettonica che interseca perpendicolarmente, all’altezza del presbitero, la navata centrale).

Al centro della navata principale, possiamo ammirare l’altare maggiore, opera di Celio Tirini. Ai lati dell’altare, troviamo, a sinistra, la tomba di Papa Urbano III (morto a Ferrara nel 1187) e a destra il busto del Papa Clemente XI.

Guardando invece sulla controfacciata si possono ammirare le statue dei patroni di Ferrara, San Giorgio e San Maurelio Vescovo, realizzate da Giovanni Marchiori nel 1746, le statue bronzee della Crocifissione e dei Santi Giorgio e Maurelio, di Niccolò Baroncelli (XV secolo) e infine il quadro Martirio di san Lorenzo del Guercino, del XVII secolo.

Passeggiando lungo le navate laterali si possono ammirare i quadri della Madonna in trono e Santi del Garofalo e della Vergine in gloria con le Sante Barbara e Caterina del Bastianino (XVI secolo). Proprio quest’ultimo, nel catino absidale sopra il coro, dipingerà l’affresco del Giudizio Universale (1577-1581), ispirato a quello di Michelangelo nella Cappella Sistina.

Oggi molte opere provenienti dal duomo e da altri luoghi della città, sono custodite nell’ex chiesa di san Romano dove, a partire dal 2000, è ospitato il Museo della Cattedrale. Tra le principali opere, legate alla storia della Cattedrale vi sono le antiche ante d’organo, dipinte dal Cosmè Tura e raffiguranti L’annunciazione e San Giorgio e il drago (1469), la Madonna della melagrana (1409) di Jacopo della Quercia, otto arazzi, realizzati dal fiammingo Johannes Karcher (su disegni del Garofalo) che raccontano le storie dei due patroni di Ferrara, Giorgio e Maurelio, e infine le formelle duecentesche provenienti dalla Porta dei Mesi.

Una congiura di palazzo – Don Giulio e Ippolito d’Este

La cosiddetta “congiura di don Giulio” è uno dei tanti aneddoti, ahimè drammatici, della Ferrara rinascimentale. Siamo agli inizi del Cinquecento e a tenere le redini della signoria è Alfonso I, figlio di Ercole I. Questa vicenda fu un’autentica congiura, in regola con i tempi di allora, animata non tanto da intrighi politici o di potere, come qualcuno potrebbe immaginare, bensì da gelosie d’amore nei confronti di una damigella di corte. Ma come si sono svolti i fatti?
In quest’articolo, nei panni di un detective “storico”, cercherò di ricostruire questa vicenda dai contorni misteriosi e al tempo stesso drammatici, che pochi conoscono ma che fu un tassello importante nella lunga storia della signoria estense. Ma prima, come giusto che sia, occorre un attimo introdurre la situazione che portò a questo fatto (così il lettore può capire meglio) e i personaggi cardini di questa vicenda.

Ferrara, 1505. Ercole I, che nel 1471 era succeduto al fratello primogenito Borso come duca di Ferrara, Modena e Reggio, era morto. Nella sua lunga attività di governo, oltre a consolidare le fortune del casato e svolgere un’accorta politica di alleanze politiche con le altre signorie, promosse un nuovo sviluppo della città (l’addizione erculea), allargando la cinta muraria e creando nuovi quartieri al cui interno edificò grandi palazzi.
Il ducato era passato poi nelle mani del figlio primogenito, Alfonso I Este (1476-1534), uomo più dedito alle armi che all’arte e alla letteratura, che nel 1502 aveva sposato (anche per ragioni politiche) la figlia illegittima di papa Alessandro VI (1431-1503), la bellissima Lucrezia Borgia (1480-1519), quest’ultima reduce da due matrimoni, il primo con Giovanni Sforza e il secondo con Alfonso di Bisceglie.

Lucrezia Borgia

Nonostante l’accoglienza dei nuovi sudditi verso la sposa piuttosto tiepida, le nozze con il duca di Ferrara, e i festeggiamenti, si svolsero all’insegna dell’opulenza e del fasto, così come si conveniva a principi di una stirpe tanto gloriosa. Al suo seguito Lucrezia aveva l’altrettanto affascinante cugina Angela Borgia, sua damigella personale, già promessa moglie di Francesco Della Rovere.

Con la morte di Alessandro VI, nel 1503, il fidanzamento tra Angela e Francesco si ruppe, anche perché Isabella Gonzaga, figlia del duca Ercole, aveva proposto al giovane Della Rovere la candidatura della propria figlia, Eleonora.

Il cardinale Ippolito d’Este

E arriviamo al fatto drammatico della storia.
Per addolcirne la delusione amorosa subita, Lucrezia aveva accolto nel suo palazzo a Ferrara la cugina. Donna bellissima, capricciosa ed eccentrica, Angela aveva fatto girare la testa a tanti spasimanti di corte, tra i quali  due personaggi di spicco della signoria, il cardinale Ippolito d’Este (1479-1520) e Giulio (1478-1561), fratello scapestrato, ma di bell’aspetto, di Alfonso I. La bella damigella, nonostante il perduto amore del cardinale nei suoi confronti aveva però scelto l’altro spasimante, Giulio. Vuole la tradizione che la giovane, in pubblico, dichiarasse «… Val più gli occhi di don Giulio di quanti Cardinali s’accatta». Il nostro amico lettore di certo si sarà fatto un idea dello stato d’animo del cardinale; amareggiato dalla gelosia e risentito per l’affronto subito, promise vendetta nei confronti del fratellastro.

La delizia di Belriguardo

Nel novembre del 1505, sull’ora del mezzogiorno, Giulio, che a cavallo tornava da Belriguardo (luogo dove Lucrezia, e presumibilmente Angela, erano giunte quel mattino), s’imbatté nel cardinale, accompagnato da alcuni suoi scherani. Vedendolo solo Ippolito dette ordine ai suoi di aggredirlo e picchiarlo fino a renderlo quasi cieco. Giulio, colto di sorpresa e impreparato a difendersi, fu pestato a sangue e brutalmente sfigurato nel volto. Il disperato giovane, costretto a portare una benda sull’occhio destro, dopo le prime cure ricevute venne trasferito nelle stanze del Castello del duca. Il cardinale, invece, dopo l’aggressione, si ritirò a Mantova, presso i Gonzaga. Alfonso, preoccupato da possibili ripercussioni politiche e diplomatiche, diffuse presso le varie corti d’Italia, una versione della triste vicenda molto più edulcorata, versione questa peraltro mai creduta da nessuno.

Alfonso d’Este

All’interno della propria corte il duca, per non privarsi dell’appoggio del cardinale, contro lo stesso Ippolito non prese provvedimenti; anzi pretese, addirittura, che i due fratelli si rappacificassero. Tuttavia la vicenda non finì li.
La mancata punizione al cardinale incollerì Giulio, mostruosamente sfigurato nel volto, suscitandogli un forte risentimento e un odio feroce per l’ingiustizia subita. L’unico mezzo per riscattare il proprio onore era, per Giulio, la vendetta, nei confronti sia di Ippolito sia del duca Alfonso. Il profondo rancore di Giulio verso Ippolito si unì all’ambizione di potere di un altro fratello, Ferrante d’Este (1477-1540).  Fra i due si stipulò l’idea di una congiura contro il duca e il cardinale. Nel frattempo nella città si registravano malumori di corte e di popolo nei riguardi del duca mentre a Roma veniva eletto il nuovo pontefice Giulio II (1443-1513), che non vedeva di buon occhio gli Estensi. L’occasione giusta per attuare il piano di vendetta era finalmente giunta.
Tra i personaggi che presero parte alla congiura, oltre a Giulio e Ferrante, segnaliamo Albertino Boschetti, conte di S. Cesario, Gherardo Roberti di Reggio, capitano di venticinque balestrieri e della piazza di Modena e Franceschino Boccaccio da Rubiera, cameriere di Ferrante.
A causa della loro confusionaria disorganizzazione, ben presto i congiurati furono scoperti dal cardinale; arrestati, confessarono il loro piano, arrivando anche a implorare il perdono del duca.

Nel settembre del 1506 Giulio, Ferrante e gli altri congiurati furono processati con l’accusa di lesa maestà e alto tradimento. Un mese dopo, nel cortile del Castello i protagonisti della congiura furono condotti sul palco per l’esecuzione. Per Giulio e Ferrante venne, all’ultimo momento, commutata la pena nel carcere a vita, in due camerette poste l’una sopra l’altra nella Torre del Castello detta dei Leoni. Diciotto anni più tardi Giulio e Ferrante ottennero di vivere insieme in una stanza della stessa torre dalla quale potevano osservare, al di là delle inferriate, quanti passeggiavano nella via della Giovecca.
Gli altri congiurati vennero invece condotti sul patibolo e giustiziati.

«… Sabbato 12 detto il Conte Albertino Boschetti, Gherardo de’ Ruberti e Franceschino da Rubiera complici nel tradinento contro il Duca, com’è narrato di sopra sono stati condotti tutti e tre di Castello sopra una carretta con li confortadori in piazza e sopra un tribunale grande, ove si lesse il processo, prima fu condotto Franceschino e mentre era in piedi il manegoldo li legò li occhi con un cendale negro e poi gli diede de una manara solla coppa, e caduto gli ne dette un’altra botta, et incontinenti o tirò con la testa sopra un legno, et gli tagliò con l’istessa manara la testa, e subito sopra un desco che era sopra detto tribunale lo squartò in quattro pezzi, et così fece alli altri dui, prima al Conte Albertino e poi a Gherardo, le teste loro sono poste sopra la Torre della Ragione in cima di tre lanze, e li quarti alle porte di San Giovanni Battista, degli Angeli et di San Benedetto. Li Giudici che hanno dato la sentenza sono Messer Giovanni del Pozzo, uno dei giudici di corte, e Messer Gherardo del Sarasino consultore della Camera Ducale»
(dalla cronaca coeva di Paolo Zerbinati)

Nel febbraio del 1540, dopo trentaquattro anni di prigionia muore Ferrante mentre l’altro fratello, Giulio, dopo essere rimasto in carcere per cinquantatre anni, ormai vecchio, in occasione della proclamazione di Alfonso II a duca di Ferrara, venne liberato. Morirà poi nel 1561.
Oggi, una bellissima ricostruzione a diorama dell’ atto di questa esecuzione capitale, eseguita in piazza a Ferrara nel 1506, la si può ammirare presso il Museo del Modellismo Storico, a Voghenza, nella sala dedicata ai soldatini ferraresi.

 

LA FORTEZZA DEL PAPA (2 PARTE)

Il mistero della statua di Paolo V

Se ci fossimo trovati nel 1618 all’interno della Fortezza, al centro della cosiddetta “Piazza d’Armi”, avremmo sicuramente visto una grande statua raffigurante un papa in posizione seduta. Si tratta di Paolo V, colui che ultimò la costruzione della Fortezza.
Perché parliamo di questa statua? Beh, oltre che essere un omaggio a questo pontefice, ne parliamo perché in realtà, a detta di alcuni storici, questa statua racchiuderebbe una vicenda strana. Non rimane quindi che leggere per scoprire di cosa si tratta.

Papa Paolo V

Prima di iniziare, occorre innanzitutto far conoscere ai lettori chi era papa Paolo V, a cui questo monumento è dedicato.

Nato Camillo Borghese (1552-1621), regnò nello Stato pontificio dal 1605 alla sua morte. Nel corso del suo pontificato, oltre a dedicarsi alla riforma della Chiesa e allo sviluppo delle attività missionarie in America, Asia e Africa, si diede al mecenatismo, in particolare quello architettonico.
Sotto di lui furono realizzate a Roma numerose opere. Risalgono infatti al suo pontificato la nuova facciata della Basilica di S. Pietro (realizzata da Carlo Maderno) e l’ampliamento del Palazzo del Quirinale oltre che la ristrutturazione della piazza antistante.
Non solo. Fece restaurare l’acquedotto Traiano, ripristinare in parte l’Aqua Alsietina (per la costruzione dell’Acqua Paola) e costruire, all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore, la splendida Cappella della Madonna, detta anche Borghese o Paolina. Ma l’opera più insigne di papa Borghese è senza dubbio il grande parco al cui interno si trovano, oltre a fontane, statue, giardini e Casinò vari, anche e soprattutto la villa Borghese Pinciana, oggi sede della Galleria Borghese.

Passando al tema del nostro articolo, si può dire che quella relativa allo sfortunato monumento dedicato a questo pontefice è una vicenda curiosa, e anche ingarbugliata. Dico sfortunato perché in due occasioni venne abbattuto e successivamente riposizionato. La prima avvenne verso la fine del XVIII secolo ad opera delle truppe francesi, mentre la seconda, a causa dei continui bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Eretto nel 1618,  al termine della costruzione dell’’imponente fortezza, il monumento è citato per la prima volta nel 1621, dallo storico Marco Antonio Guarini che nel suo Compendio Historico si sofferma a riportare le epigrafi del basamento e non il nome dell’’autore della statua.

Nel 1655 il Faustini, nelle sue Historie ferraresi, all’anno 1618, aveva riportato il seguente brano, di fondamentale importanza che riporterò di seguito: « Nel quel tempo Giovanni Lucca Genovese, valente Scultore, havendo condotta à fine la Statua di marmo del Pontefice, che si vede in Fortezza, repentinamente morì; e perché la pelle del suo corpo si cangiava in diversi colori, credendo ogn’uno, che non fosse morto, fu egli involto in panni caldi, e rinchiuso nel Capitolo dei Padri di S. Paolo con alquanti huomini … li quali … il giorno seguente viddero ch’egli era veramente morto … alcuni medici dissero che ciò fosse cagionato dall’attività dell’’acquavite, ch’egli giovine in gran quantità solea bere, con l’aggiunta del tabacco in fumo…».
Appare chiaro che lo sconosciuto scultore Giovanni Lucca, ignoto alle fonti proprio perché morto in giovane età per abusi di “vizi” fosse l’autore del monumento al pontefice pur non essendo, però, lui stesso l’artefice della messa in opera della statua.

Epigrafi sul basamento della statua

Una notazione contenuta nel manoscritto di Carlo Brisighella, Descrizione delle Pitture e Sculture che adornano le Chiese et Oratorj della Città di Ferrara, cominciò a generare vari equivoci tra gli storici ferraresi. Scrive infatti il Brisighella: «Resta da dar corso della statua marmorea rappresentante il Sommo Pontefice Paolo V, che edificò questa fortezza, ed è situato nel mezzo della piazza d’arme su d’un piedestallo pavim.le di marmo, fabbricato l’anno 1611 per mano di Serafino Colli scultore …». Quest’ultima notazione sembra voler solo attribuire all’ancora più sconosciuto Serafino Colli il “piedestallo pavimentale”, ossia il basamento ornato di epigrafi datato addirittura al 1611, ben sette anni prima della statua. La circostanza che Brisighella abbia nominato il solo Colli scultore-marmista artefice del basamento, e non della statua, generò gli equivoci di cui si accennava. Ma quali sono questi equivoci?
Nella sua guida Pitture e scolture che si trovano nelle chiese, luoghi pubblici, e sobborghi della città di Ferrara (1770) Cesare Barotti giunse a scrivere che «in mezzo alla Piazza d’Arme sta collocata su d’un Piedestallo di marmo, scolpita l’anno 1618 per mano di Serafino Colli, la marmorea Statua sedente del Pontefice Paolo V che edificò questa Fortezza l’anno 1611 …».
Nelle sue Memorie istoriche delle chiese di Ferrara e de’ suoi borghi (1773) Giuseppe Antenore Scalabrini, che evidentemente conosceva la fonte fornita dal Faustini, scrisse che «nel mezzo della Piazza d’Armi di detta Fortezza vedesi la Statua di marmo del suddetto sommo Pontefice Paolo V col Manto, e Triregno, scolpita da Gio. Luca Genovese, postovi l’anno 1618 …».
La rettifica dello Scalabrini non convinse il Frizzi che, nella Guida del Forestiere per la città di Ferrara (1787) attribuì la statua al Colli mentre nelle Memorie per la storia di Ferrara (Vol. V, pag. 39) la ridiede al Lucca Genovese.
La Ginevra Canonici (Due giorni in Ferrara, 1819) e Francesco Avventi (Il servitore di piazza, 1838) giunsero prudentemente nei loro testi a citare la statua ma non l’autore, mentre a favore dello scultore ligure, divenuto poi “Gian Lucca Genovese” si schierò Luigi Napoleone Cittadella, nell’opera Indice manuale delle cose più rimarcabili in pittura, scultura, architettura della città e borghi di Ferrara (1838).
Nel primo Novecento si verificò invece un ancora più strano fenomeno: mentre gli autori cittadini come il Righini, il Reggiani e il Melchiorri citarono la malridotta statua senza preoccuparsi di aggiudicarne la paternità al Lucca, importanti repertori stranieri riproposero il nome del Colli. La notazione più convincente sull’autore dell’opera la diede infine il Medri, allorché scrisse, nel 1957, che dopo l’improvvisa morte del Lucca Genovese «i lavori per il collocamento della statua furono compiuti da tale Serafino Colli, forse collaboratore del Lucca Genovese, che fu, in seguito ritenuto da alcuni l’autore del monumento (G. Medri, La  scultura a Ferrara, 1957)».
Alle considerazioni fondatissime del Medri va aggiunta un’altra ipotesi, non del tutto opinabile; ovvero che il monumento al papa sia stato progettato dal famoso architetto Giovan Battista Aleotti. In effetti l’artista argentano ricopriva nel cantiere della Fortezza l’incarico – diremmo oggi – di “coordinatore generale” della fabbrica ideata dal romano Pompeo Targone.

G. B. Aleotti, progetto per la Porta del Soccorso nella Fortezza

Per esso l’Aleotti progettò una delle porte della Fortezza, la Porta del Soccorso e la chiesa di S. Maria dell’’Annunziata. I suoi disegni progettuali, per questi elementi della Fortezza, sono tutt’oggi conservati presso la Biblioteca Civica Ariostea, raccolti in una cartella assieme a varie sue considerazioni sul celebre trattato architettonico di Jacopo Barozzi da Vignola, Regola delli cinque ordini d’architettura. Nella medesima cartella era rintracciabile, sino al 1974, anno in cui fu trafugato, un disegno riferito alla statua di Paolo V.
Ma l’opera in questione – che nella cartella ha sostituito l’originale – ha l’impronta di un progetto e non di un “rilievo” di qualcuno già esistente. Inoltre questa riproduzione fotografica risulta essere strettamente correlata ad un altro disegno, conservato ugualmente nella cartella aleottesca, che costituisce la parte inferiore, “tagliata” dagli autori del furto, relativa al basamento della statua; basamento che però presenta alcune diversità con quello effettivamente realizzato. Nelle due parti del disegno è simile il tracciato grafico nonché medesima è la calligrafia con le indicazioni a lato. Osservando attentamente la foto del disegno scomparso, si possono leggere le seguenti scritte: «Alteza dela statua P. di 6.6. La statua sera alta parmi ii romani. Misura del Piede Ferrarese diviso in oncie 124».

La Berenice Giovannucci Vigi (Contributo ad una storia della scultura ferrarese del Seicento, 1981) che pubblicò nel 1981 la fotografia succitata – seppure tagliata nella parte inferiore, corrispondente all’inizio del piedistallo – non rilevò le suddette scritte, come pure non considerò l’eventuale autografia aleottesca del disegno. Scrive la Giovannucci Vigi che in esso «non vi si legge né il nome di Giovanni Lucca, né quello di Serafino Colli. La qualità del progetto, per la realizzazione scultorea, appare piuttosto alta e già consapevole di quegli umori barocchi che soltanto a Roma, a questa data, potevano essere assorbiti … L’elaborato seggio adorno di teste di putti e sorretto da vibranti aquile ad ali spiegate, in un movimento e in una leggerezza … impensabili in uno scultore ferrarese (ma non in un architetto come Aleotti)».
Del disegno, in effetti, ne aveva già parlato, nel 1962, D.R. Coffin (Some architectural drawings of Giovan Battista Aleotti, Vol. XXI, n. 3, pag. 118), pubblicando gli altri fogli della Biblioteca Civica Ariostea e riferendo, senza ombra di dubbio, all’Aleotti anche il progetto per la statua del pontefice, opinione questa che è un po’ da riconsiderare.

Confronto tra la statua di Paolo V e quella di Clemente VIII a Roma

La tecnica usata dall’eclettico Aleotti, durante il secondo decennio del Seicento, rivela infatti una forma artistica di stampo manierista in cui l’autore sembra voler recuperare gli schemi classici, desunti dai trattati di Serlio e del Vignola, legati di nuovo alla tradizione della Ferrara “estense”. Pensiamo ad esempio alla Porta Paola o al Monumento dell’’Ariosto, dove il movimento plastico è dato più dal sapiente accostamento di marmi “mischi” che dalle rigide sculture allegoriche di impostazione alquanto retrò. Per quanto riguarda il bellissimo disegno – perduto – per il monumento del papa, esso rivela una bizzarria decorativa di matrice proto-barocca, non pienamente assimilabile, comunque, alla maniera dell’’Aleotti di quegli anni, ma piuttosto vicini al gusto di Giovanni Vasanzio (l’architetto che stava costruendo la palazzina Borghese per Paolo V) e, soprattutto, di Pompeo Targone, progettista ufficiale della Fortezza. In realtà a Roma, il Targone, figlio di un orefice e a sua volta egli stesso orefice ed architetto, si occupò soprattutto di sistemare “piccole architetture” liturgiche come il coro di S. Cecilia in Trastevere ed il Tabernacolo del Sacramento a S. Giovanni in Laterano; per il pontefice lavorò a S. Maria Maggiore eseguendo l’altare della Cappella Paolina. Ed è proprio nel cantiere della basilica romana che vanno ricercati quegli elementi stilistico–iconografici che contraddistinguono il monumento ferrarese  a Paolo V.
Per la professoressa Daria Borghese la figura scolpita dal Lucca Genovese ha una notevole somiglianza con un’altra statua; una statua che Paolo V fece eseguire dallo scultore lombardo Silla Giacomo Longhi e sistemare nella tomba di famiglia. Si tratta della statua di Clemente VIII, in cui, secondo l’autrice, « si ripete con esattezza la posa e perfino i dettagli del panneggio …».

La Borghese suppone quindi che il Lucca Genovese fosse un allievo e collaboratore del Silla, avendo quasi sicuramente lavorato a Roma. In effetti la tecnica del Lucca Genovese, ammettendo ovviamente che sia l’autore del monumento, sembra essere poco assimilabile agli scultori genovesi a lui contemporanei, dimostrando invece una vivace attenzione per il taglio tipicamente romano.
Mandato a Ferrara per eseguire il monumento al papa, vien da pensare ch’egli abbia eseguito il disegno di un altro architetto, forse del Targone.
Ma ovviamente queste sono solamente delle ipotesi. Come del resto, è quello di cui abbiamo raccontato fino a questo momento. Non si hanno, in effetti, prove certe su chi veramente abbia scolpito tutto il monumento o solo una parte. Al momento l’unica cosa certa è che sull’epigrafe del basamento c’è il nome di Giovanni Lucca Genovese.

Prima però di concludere, è opportuno, per chi magari non ha mai visto la statua o l’ha vista solo di sfuggita, descriverla come appare oggi, in mezzo ai giardini di via IV Novembre.

Statua di papa Paolo V

Il papa è ripreso seduto e benedicente con il classico triregno (ossia la Tiara papale formata da tre corone simboleggianti il triplice potere del Papa: padre dei re, rettore del mondo, Vicario di Cristo) sul capo mentre il volto è ornato dal tipico pizzetto “spagnolesco”. Imponente e massiccia, la figura marmorea crea un singolare contrasto con l’elaborata sedia gestatoria, il cui schienale, chiuso da due braccioli con teste leonine, riporta l’araldica aquila incoronata dei principi Borghese.
Nella parte inferiore, sembra quasi appoggiarsi con le sue ali spiegate una bellissima figura di drago, ugualmente araldica, dal volto, però, assai abraso, mentre sui fianchi compaiono altri due grifi. Il seggio, su cui è seduto, sembra veramente uscito dalla bottega di un architetto-mobiliere di stile manierista, così come pure il volto, anch’esso abraso dal tempo.
Non senza significato è, infine, l’idea di raffigurare il papa sulla sedia gestatoria e col triregno sul capo, anziché benedicente in piedi. Si tratta, volutamente, di una scelta simbolica con la quale si volle accentuare l’aspetto di forza e di potere del pontefice: Papa Borghese, posto al centro della Fortezza, sembra volerla dominare come un padrone assoluto, senza alcun tipo di tenerezza sacrale o devozionale.

Se oggi possiamo ammirare questa bellissima opera d’arte l’ho dobbiamo all’interessamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara e della Ferrariae Decus che si adoperano per trovare fondi, restaurare e restituire alla società questi splendori artistici.