di Marco Ardondi

Cesare d’Este

Quella di Alfonso II (1533-1597), passato alla storia per essere stato l’ultimo Duca di Ferrara, fu il governo più lungo, ben 38 anni. Con la mancanza di un erede da designare come successore, si interruppe la dinastia degli Este, permettendo così alla Chiesa di riprendersi il territorio di Ferrara. Il governo di Alfonso II, seppure ufficialmente senza guerre, fu segnato dalla politica dispendiosa attuata dal duca per ottenere prestigio e popolarità che di fatto causò un peso enorme nelle casse dello Stato ferrarese, su cui gravavano un fenomeno di corruzione e sperpero da parte di alcuni ministri vicini al duca e le ingenti spese per il violento terremoto del 1570. Fattori questi che portarono ad una crisi finanziaria e indebolirono il governo di Alfonso II facilitando alla sua morte, la devoluzione di Ferrara. Ma cominciamo, caro lettore, la storia dall’inizio.

Figlio di Ercole II e di Renata di Francia, Alfonso II nacque nel 1533 venendo educato all’ istruzione letteraria e cavalleresca. Il padre Ercole II aveva avuto durante il suo governo, dei rapporti tesi con il Papato a causa delle inclinazioni della moglie Renata verso la dottrina calvinista. Lo stesso Alfonso II, divenuto duca alla morte del padre, nel 1560 fece allontanare dalla corte la madre Renata sperando con questo gesto di riottenere le simpatie del pontefice. Per Alfonso II il matrimonio aveva sempre rappresentato una questione complessa. Nel corso della sua vita il duca si sposò tre volte, come vedremo più avanti, ma nessuna delle tre mogli riuscì a dargli il tanto desiderato erede di cui il Ducato aveva bisogno.
Il primo matrimonio venne combinato dopo l’alleanza tra Ercole II e Cosimo I dei Medici. Seppure non entusiasta da questa scelta Alfonso II sposò nel 1558 Lucrezia dei Medici nella cappella di Palazzo Vecchio a Firenze sancendo di fatto l’alleanza con il Ducato di Firenze. Ma le nozze durarono brevemente e nel 1561, dopo essere entrata a Ferrara, Lucrezia morì per un’infezione polmonare. Questo fatto da una parte “liberò” Alfonso da un legame non voluto ma dall’altro provocò la rottura dei rapporti tra gli Este e i Medici; tra le due casate infatti riemersero antichi dissapori a causa della questione sul diritto di “precedenza” nelle cerimonie ufficiali che si trascinava oramai dal 1541. Nel 1564, a ripianare la questione, venne chiamato l’imperatore Massimiliano II d’Asburgo la quale stabilì due matrimoni contratti a fini politici: Alfonso avrebbe sposato Barbara d’Asburgo mentre Francesco dei Medici avrebbe preso in moglie Giovanna d’Austria , entrambe le donne figlie di Ferdinando I d’Asburgo. Alfonso II e Barbara d’Asburgo si sposarono come stabilito il 5 dicembre 1565. Per celebrare al meglio le nuove nozze, il duca non badò a spese e incaricò una bottega di Faenza di realizzare un’intera credenza di maioliche decorate con lo stemma policromo degli Este-Ungheria. L’opulenza mostrata durante le nozze si mantenne durante i festeggiamenti con una grandiosa rappresentazione cavalleresca e un sontuoso banchetto, quest’ultimo interrotto con l’improvvisa morte del papa, Pio IV, avvenuta il 9 dicembre di quell’anno.
Alfonso II dovette recarsi d’urgenza a Roma per iniziare le discussioni diplomatiche riguardo il proprio ducato, in attesa dell’elezione del nuovo papa. Ma queste costose attività aggravarono ancora di più la situazione delle casse ducali e il duca dovette imporre nuove tasse. La situazione finanziaria del Ducato divenne ben presto insostenibile. La brama di Alfonso di ottenere prestigio e popolarità, come abbiamo visto in occasione del suo secondo matrimonio, spinsero il duca a fare scelte che si rivelarono disastrose per il Ducato. Nel 1566, ad esempio, il duca sostenne l’Imperatore Massimiliano II nella guerra contro i Turchi subendo numerose perdite di soldati, durante la lunga marcia nella campagna ungherese e sperpero di risorse, ottenendo in cambio solo la riconoscenza da parte dell’Imperatore.
L’insidia più pericolosa per il ducato estense proveniva dalla Chiesa la quale non aveva abbandonato l’intenzione di tornare in possesso di Ferrara. Alfonso I durante la sua vita aveva combattuto con la forza e la diplomazia per arrestare le mire espansioniste del Papato. Ma con Alfonso II la questione era diversa e dipendeva da una condizione fisica dello stesso duca: l’impotentia generandi. Per la Chiesa infatti non ci fu bisogno di scatenare una guerra contro il ducato estense per riprendersi Ferrara dal momento che il duca era sterile e non poteva avere figli; alla sua morte, la città estense sarebbe quindi tornata a far parte dello Stato della Chiesa. La situazione fisica di Alfonso II pare fosse conosciuta a Roma ed è su questo presupposto che si mosse Pio V, emanando nel 1567 la bolla Prohibitio alienandi et infeudandi civitates et loca Sanctae Romanae Ecclesiae con la quale vietava l’investitura di feudi ecclesiastici a figli illegittimi. Con questo atto il duca veniva messo con le spalle al muro: da un lato era senza figli mentre dall’altro il ramo dei marchesi di Montecchio era considerato illegittimo dato che il matrimonio tra Alfonso I e Laura Dianti non venne mai riconosciuto dalla Chiesa.

Nuove tegole si abbatterono sul povero Alfonso II: prima il disastroso terremoto del 1570 che distrusse la città e poi nel 1572 la morte della seconda moglie Barbara, per tubercolosi, e dello zio Ippolito II. Un insieme di eventi negativi che fecero aumentare il malcontento popolare rendendo sempre più instabile il governo del duca. Sempre nel 1572 il duca si recò a Roma per convincere il nuovo papa, Gregorio XIII, a concedergli il diritto di nominare un erede per la successione ma il pontefice respinse tale richiesta poiché era in contrasto con le disposizioni della bolla di Pio V. La voglia di riscatto da parte del duca non si fermò e nel 1574 avanzò la proposta di diventare sovrano del Regno di Polonia. Molti era i pretendenti al trono vacante di Polonia e lo stesso Alfonso II era considerato tra i favoriti ma alla fine dalla votazione uscì vincente il voivoda di Transilvania. Quest’ultimo ed ennesimo insuccesso appannò ancora di più la figura di Alfonso II agli occhi del popolo e delle altri corti il quale ritenevano il duca estense inconcludente e frivolo nel perdere tempo in feste e tornei.
Per riscattarsi agli occhi del popolo e degli altri Stati, il duca non poteva permettersi di abbandonare l’idea di avere un erede. Nel 1576 contro la nomina di Cosimo I a Granduca si coalizzò un’alleanza formata dai Gonzaga, i Farnese, i Savoia e ovviamente gli Este e il modo migliore per consolidare tale unione fu di ricorrere a matrimoni politici. È in questa occasione che nel 1579 sposò la giovanissima Margherita Gonzaga. Come predetto nella profezia di Nostradamus (“al terzo matrimonio e all’età di 50 circa avrai un erede”) il duca sperava con questo matrimonio di divenire finalmente padre. Anche in questo caso l’erede non arrivò e le nozze si svolsero all’insegna dello sfarzo pesando ancora una volta sulle casse pubbliche e sollevando lo scontento cittadino.
Oramai rassegnato al destino inevitabile che si stava abbattendo sulla signoria Alfonso II lasciò decisioni e compiti, anche delicati, nelle mani di alcuni suoi ministri, spesso corrotti i quali gravavano il popolo di tasse. Pur conoscendo la gravità della situazione il duca non prese le difese dei suoi cittadini e l’affetto dei ferraresi nei confronti degli Este iniziò a vacillare. Anche all’interno della famiglia estense i legami divennero molto fragili e sarà un episodio di violenza a spezzarli in maniera definitiva. Protagonista di questa vicenda è Lucrezia d’Este, sorella di Alfonso II andata in moglie a Francesco Maria della Rovere (futuro duca di Urbino). Essendo un matrimonio combinato, fin da subito nella coppia emersero delle divergenze tanto che Lucrezia lasciò Urbino per ritornare a Ferrara. Qui si innamorò di Ercole Contrari, capitano dei Cavalleggeri della Guardia Ducale, la cui relazione venne rivelata ad Alfonso II il quale, per evitare eventuali disaccordi politici con Urbino, diede ordine di uccidere il Contrari. Lucrezia, venuta a conoscenza della verità giurò vendetta nei confronti sia di Alfonso II che dello zio don Alfonso (colui che aveva informato il duca della relazione amorosa).

Alfonso II d’Este

Intanto, dopo questo episodio, il povero duca non si era ancora rassegnato alla mancanza di un erede diretto tanto che nel 1581 propose al fratello Luigi (1538-1586) di sposare Marfisa d’Este ma essendo questi un cardinale era necessaria una dispensa del pontefice. Vennero ritentate quindi diverse missioni diplomatiche esplorative presso la Santa Sede ma ancora una volta la Chiesa dovette rimettersi alla bolla di Pio V. Le ultime energie del duca si concentrarono sul convincere il papa a concedere una deroga alla bolla del 1567. Nel 1591 Alfonso II si recò a Roma per concludere un accordo con Gregorio XIV, salito al trono di Pietro l’anno precedente. In questa fase delicata il duca di Ferrara, con la sua volontà di strafare, non seppe aderire alla soluzione accolta da Gregorio XIV senza imporre nuove condizioni. Attraverso un atto motu proprio, il papa era favorevole nel designare come successore Filippo d’Este (1537-1592), marchese di San Martino in Rio e discendente del ramo di Sigismondo (un fratello di Alfonso I); ma Alfonso II cambiò idea preferendo come successore Cesare del ramo di Montecchio e per quest’ultimo cercò di ottenere l’investitura senza precisare la persona designata. La morte di Gregorio XIV fermò le trattative che ripresero con il papa successivo, Innocenzo IX (1519-1591), senza però una conclusione. Il papà che venne dopo, Clemente VIII (1536-1605), pur essendo in buoni rapporti con gli Este, confermò la validità della bolla di Pio V.
Persa la partita con la Chiesa, nel 1594 Alfonso II, dietro un pagamento di 400.000 scudi, ebbe dall’imperatore Rodolfo II il riconoscimento alla successione di Cesare nei feudi di Modena, Reggio e Carpi salvando così il titolo ducale e una parte del territorio. L’anno seguente il duca di Ferrara stilò il suo testamento in cui veniva nominato successore ed erede il cugino Cesare d’Este, nato nel 1562 e sposato dal 1586 con Virginia, figlia di Cosimo I dei Medici.
Il 27 ottobre del 1597, già di salute cagionevole, muore il duca Alfonso II. Dopo le solenni esequie nella cappella di corte, la salma venne sepolta nella chiesa del Corpus Domini. Dopo la morte del duca, Cesare si trasferì in castello e il giudice dei Savi, alla presenza del magistrato, della corte e dei rappresentanti delle arti, dopo aver letto il testamento lo proclamò Duca di Ferrara. Il giorno seguente, accompagnato dai Savi, prestò giuramento di fedeltà in duomo e dopo la benedizione del Vescovo inviò i propri ambasciatori presso le corti italiane, compresa quella papale, all’imperatore e ai re di Francia e di Spagna per informarli della sua elezione al trono ducale. La situazione politica sembrava volgere a favore della diplomazia estense dal momento che sia gli Stati italiani che le maggiori potenze vedevano malvolentieri un espansione dello Stato della Chiesa. Per la delicata ambasceria presso lo Stato Pontificio venne inviato il conte Girolamo Giglioli ma giunto a Roma venne liquidato in maniera brusca da Clemente VIII la quale, facendo leva sulla Bolla di Alessandro VI (che aveva esteso l’investitura di Ferrara “ad omnes discendentes” di Ercole I) affermava che Cesare stava occupando senza averne diritto un territorio della Chiesa. Gli Stati italiani, temendo che un conflitto armato tra l’Estense e il papa potesse dare origine a una guerra generale e che l’Italia divenisse campo di battaglia tra Francia e Spagna chiesero ad entrambe le parti di trovare un accordo.

Il 4 novembre 1597 Clemente VIII emise un documento nel quale si affermava che il Ducato era devoluto “ob lineam finitam” alla Chiesa e intimò Cesare, sotto pena di scomunica, di lasciarlo. Vennero concessi all’Estense 15 giorni per presentarsi a Roma a giustificare la sua posizione ma questi non si presentò e il papa prima predispose a Faenza 30.000 uomini poi lo scomunicò.
La situazione politica e diplomatica si fece sempre più pesante. Cesare provò a chiedere sostegno alle principali potenze europee ma ottenne solo promesse o, come nel caso di Enrico IV di Francia, un clamoroso voltafaccia per timore di scatenare un’altra guerra in Italia. Anche nel ducato estense la situazione si fece pesante. Alla notizia della scomunica città come Comacchio, Lugo, Cento e la Pieve insorsero contro gli Este mentre alcuni consiglieri di Cesare e diversi principi italiani, per evitare lo scoppio d’una guerra consigliarono a Cesare di cedere. Intimorito dalla scomunica e sprovvisto di risorse finanziarie per reggere un confronto con l’autorità pontificia Cesare decise di nominare Lucrezia d’Este, sorella del defunto duca, come mediatrice per trattare le condizioni della resa. Lucrezia non aveva dimenticato la morte del suo amante, il conte Contrari, ucciso su ordine del fratello Alfonso II, e per vendicarsi (dal momento che era in ottimi rapporti con gli Aldobrandini) accettò le condizioni papali, creò contrasti nella famiglia e facilitò in tal modo il disegno papale.
Gli accordi si conclusero rapidamente e il 12-13 gennaio 1598 venne stipulata la Convenzione faentina: Cesare veniva assolto dalla scomunica e rinunciava al possesso del ducato di Ferrara, di Cento, della Pieve e dei luoghi della Romagna. Dal documento Cesare ottenne di portare con se tutti i suoi beni mobili, l’archivio e metà dell’artiglieria e conservava i beni allodiali che la casa d’Este possedeva nei territori ceduti. Nel 1598 divenne così ufficiale la Devoluzione di Ferrara, cioè il passaggio della ex capitale estense e del territorio circostante, dagli Este alla Chiesa. Il 29 gennaio dello stesso anno gli Estensi lasciavano Ferrara uscendo dalla porta degli Angeli, per recarsi a Modena mentre il giorno successivo a Ferrara faceva il suo ingresso il cardinale legato Pietro Aldobrandini prendendo possesso della città in nome del papa Clemente VIII. La Devoluzione segnò per Ferrara il tramonto della sua grandezza e il ridimensionamento a semplice città di provincia. Solo dopo l’annessione al Regno d’ Italia la città estense recuperò, seppure lentamente, il ruolo prestigioso di città d’arte grazie anche al riconoscimento nel 1997 del titolo di Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco.