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Anche il «Time» si scandalizzò per la sorte di «S. Michele»

Anche il «Time» si scandalizzò per la sorte di «S. Michele»

di Giorgio Franceschini

La piazzetta S. Michele (già piazzetta del Turco) è indubbiamente uno dei più suggestivi angoli di Ferrara: Via del Turco l’attraversa, mentre vi trova sbocco il misterioso «vicolo dei duelli» stretto come una calle veneziana; provenendo da Corso Porta Reno e attraversando il nobile cortile del Palazzo Todeschi-Bartolucci, pure si perviene alla piazzetta, a ridosso dell’abside di San Michele: è una piccola oasi di silenzio, non turbata dal traffico che si svolge non molto lontano, nella quale la decadenza degli edifici infonde un senso non di squallore, ma di rassegnata malinconia. Il portone di S. Michele, segnato col cn. 35 di via del Turco è sbarrato; dal cn. 6 della piazzetta si accede alla sconsacrata chiesa, adibita da molti anni ad autorimessa, dopo aver ospitato il laboratorio di un tornitore. Entriamo, dunque, in San Michele, il cui triste destino è stato divulgato nel mondo – se non erro – dalla rivista «TIME», che si scandalizzò per il fatto che in Italia potessero verificarsi profanazioni del genere … (ma, ahimé, a quante altre chiese e illustri dimone non è stato, purtroppo, in Italia, riservato un simile destino?…).

Le automobili si allineano lungo le pareti, sotto il soffitto con il vasto affresco settecentesco di Girolamo Gregori, raffigurante lo Arcangelo Michele in atto di folgorare gli angeli ribelli. Al posto dell’altare maggiore, ai cui piedi era posta la lapide sepolcrale di Lazzaro Pasti, Priore di San Michele, morto nel 1629, ora si innalza, sulla colonna di acciaio l’auto di turno in attesa del lavaggio: un incomparabile simbolo della civiltà delle macchine, del trionfo del benessere e dell’edonismo sul misticismo e gli slanci verso il soprannaturale. Eppure S. Michele è una delle più antiche chiese ferraresi, degna di venerazione per i ricordi storici e artistici che sa ancora suscitare. Venne edificata, secondo il Guarini, nel 954 e affidata, con la cura delle anime, ai Cistercensi di S. Maria in Aula Regia di Comacchio.
Nel 1019, Ugone Vescovo di Ferrara, affidò S. Michele ai monaci si S. Ginesio di Brescello che la possedettero, col titolo di Priorato, sino a quasi tutto il XV secolo. Qui il Beato Giovanni da Tossignano, in visita pastorale nel dicembre del 1432, celebrò la messa e predicò ai fedeli, essendo Priore un tal Frate Ugolino. Nel 1479 il Priore Fra’ Andrea de Fiorenzi da Ferrara ricostruì San Michele dalle fondamenta, con i mezzi forniti da un legato fatto da tal Carlo de’ Notai. Abbandonata dai monaci di Brescello, la chiesa venne affidata al Capitolo della Cattedrale di Ferrara sino al 1561, anno in cui il Cardinale Ippolito d’Este intervenne per assegnare S. Michele alla famiglia Canani, in giuspatronato perpetuo. I Canani ebbero cura della chiesa per due secoli, sino alla morte – nel 1767 – di Guglielmo Canani, ultimo della gloriosa casata.

Il decreto 24 giugno 1805 di Napoleone I riunì alla parrocchia di San Paolo le parrocchie di S. Giacomo, S. Agnese e S. Michele, ma nel successivo anno, col comune accordo delle autorità religiose con quelle politiche, S. Michele, essendo di giuspatronato laicale, venne confermata autonoma. In quell’epoca, la parrocchia raccoglieva circa 450 anime (366 ne aveva nel 1705). Passò, così, più di un secolo prima che S. Michele cessasse di esistere come Parrocchia e come luogo di culto; la sua fine risale a quarant’anni fa, ultima nella lunga serie delle soppressioni delle parrocchie ferraresi. «Intorno al 1931 – narra il Medri – si sparge la voce della soppressione di S. Michele. I parrocchiani protestano vivacemente, ma inotilmente presso l’Arcivescovo Bovelli, che ha deciso la soppressione. Le ragioni principali che indussero l’Arcivescovo al provvedimento, tanto avversato dai parrocchiani, furono le precarie condizioni statiche dell’edificio e il previsto allargamento di Via del Turco. Nel 1932 per traslazione della soppressa antichissima parrocchia, si ha ora la nuova parrocchia di S. Michele Arcangelo nella chiesa del SS. Nome di Gesù in via Borgoleoni, affidata ai Gesuiti dal 1947. Don Augusto Ferrari, che dal 1907 al 1932 aveva retta la parrocchia, circondato dallo affetto dei suoi parrocchiani, passò nella chiesa di S. Stefano. Nel 1950, l’Autorità religiosa vendette la chiesa al sig. Valentino Scabbia, per il prezzo dichiarato in rogito di L. 800.000. Quattro anni dopo, l’edificio passò all’attuale proprietaria, sig.ra Anita Forlani Sasdelli.

L’edificio, nonostante la sua triste decadenza, è ancora assai interessante per le sue caratteristiche architettoniche quattrocentesche. Nella facciata (riportata di recente in pietra a vista) tripartita da tre arcate cieche, è scomparso il rosone centrale; pregievole e unico del genere è il portale rettangolare in cotto, a tre sbalzi, adornato da file di perline e da un sottile tortiglione. Le fiancate presentano ciascuna otto arcate cieche con traccie di oculi ovali aperti nel ‘700. Nell’interno, attualmente, si può ancora soffermare l’attenzione sul soffitto affrescato, come già si disse, dal Gregori e sui quattro grandi medaglioni con gli Evangelisti, opera di Luigi Corbi. Delle molte lapidi sepolcrali poste sul pavimento, una del 1564 è ancora leggibile, a lato dell’ingresso dell’autorimessa. Il quadro già sull’altare maggiore (S. Michele tra S. Nicola e S. Francesco) opera (o copia) del Coltellini o di Camillo Setti, è ora nella chiesa del Gesù. Sui due scomparsi altari laterali erano posti altri quadri di incerta attribuzione. Distribuiti per la chiesa, sei dipinti del ferrarese Giuseppe Zola raffiguravano scene bibliche (due di essi sono tuttora conservati nel Palazzo Arcivescovile). Finita chissà dove e quando la grande arca di marmo rosso, nella quale era sepolto Buonmercato Curioni, valoroso soldato seguace di Salinguerra III che «fra il bollor d’una mischia in Massafiscaglia, perì miseramente» (ma non certo “per un’archibusata” – come assicura l’Ughi – perchè nel 1310 gli archibugi appartenevano ancora … alla fantascienza).

Nel 1968, con un decreto ministeriale, è stato posto il vincolo artistico su S. Michele. Il provvedimento, purtroppo, come per una infinità di altri casi, lascia il tempo che trova: il proprietario privato non potrà certo mettersi a ripristinare o a restaurare l’antica chiesa, rinunciando al reddito e, dal loro canto, gli interventi destinati alla conservazione o al ripristino non potrebbero facilmente, qui e ovunque, risolvere facilmente problemi della spesa e del successivo utilizzo dell’edificio, una volta acquisito al pubblico patrimonio. Tenteremo, se ci capiterà, di spiegare tutto questo al visitatore o al turista, nel quale potremmo imbatterci, passeggiando per via del Turco.