Leonello d’Este

Cari lettori, in quest’articolo andremo a scoprire uno splendido palazzo voluto ed eretto dagli Estensi tra il Tre e il Quattrocento e purtroppo oggi non più esistente. Questo palazzo è l’antica delizia di Belfiore.

Questo magnifico palazzo era situato in corrispondenza dell’ultimo tratto dell’attuale Corso Ercole I d’Este, poco distante dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli, anch’essa scomparsa. L’idea di costruire questa sontuosa dimora venne al marchese Alberto V d’Este (1347-1393), ricordato per aver ottenuto nel 1391 l’autorizzazione pontificia per fondare l’Università di Ferrara. Oltre a Belfiore Alberto promosse la costruzione di altri importanti edifici come Palazzo Paradiso (oggi sede della Biblioteca Ariostea), eretto nel 1388, e Palazzo Schifanoia, eretto invece nel 1385. Nel realizzare la delizia di Belfiore Alberto studiò la possibilità di destinarla, oltre che a luogo di ozio e divertimento, anche a “sede” di incontri politici fuori dalla confusione del centro cittadino. Nel 1392 né ordinò la costruzione a Bartolino da Novara, ingegnere di corte, famoso per aver progettato e realizzato il Castello Estense. Sfortunatamente il marchese Alberto non ebbe la soddisfazione di vedere completata la sua opera prestigiosa in quanto morì nel 1393. Nel loggiato dell’ingresso principale era presente un affresco, forse risalente alla fondazione della Delizia, raffigurante il marchese Alberto V e la sua corte a caccia, durante un banchetto all’aperto, e infine mentre si dilettano nelle danze.

I lavori alla costruzione di Belfiore continuarono anche sotto il marchesato di Nicolò III (1383-1441), successore di Alberto. Con Leonello d’Este (1407-1450) il palazzo venne ampliato e riconsiderato nella sua funzione. Un ala dell’edificio venne rialzata per ospitare il famoso «Studiolo», iniziato nel 1447 e completato da Borso attorno al 1460. Nella parte inferiore dello studio probabilmente vi erano degli armadi per i libri mentre le pareti erano decorate con pannelli in legno intarsiati realizzati dal maestro Arduino da Baiso e dai fratelli Lendinara. Nella parte superiore, invece, racchiuse dentro una struttura lignea vennero dipinte le nove Muse protettrici delle arti: Clio, Talia, Erato, Euterpe, Melpomene, Tersicore, Polimnia, Urania e infine Calliope. Incaricato di realizzare le figure fu Angelo Maccagnino e in seguito Cosmé Tura; vi fu però anche un altro artista che lavorò alle decorazioni pittoriche dello Studiolo, anche se il suo nome non è citato nei documenti di pagamento dell’epoca, ed è il pittore ungherese Michele Pannonio, attivo probabilmente nella fase di transizione tra il Maccagnino e il Tura. Il soffitto ligneo venne realizzato da Biagio da Bologna, Leonardo e Simone d’Alemagna mentre il pavimento in legno di rovere venne commissionato alla bottega di Giovanni d’Alemagna e Bartolomeo di Niccolò di Giovanni. Principe colto e umanista, Leonello seppe trasformare Ferrara in un importante centro di cultura e di sviluppo dell’Umanesimo. Alla sua morte, nel 1450, il palazzo passò in mano a Borso (1413-1471) e lo Studiolo rimase la sua stanza preferita dove poter ricevere ambasciatori di altri stati italiani, riunirsi con i diplomatici oppure godere della compagnia di poeti e letterati. È probabile che proprio all’interno dello Studiolo venne conclusa, nel 1450, la pace fra la Repubblica di Venezia e il Regno di Napoli, grazie soprattutto al grande lavoro di mediazione da parte di Leonello e dello stesso Borso. Con l’avvento di Ercole I (1431-1505) venne realizzato attorno al palazzo il Barco, un grande parco utilizzato dagli Este per battute di caccia e tornei cavallereschi; contemporaneamente ebbe però inizio la decadenza dello Studiolo di Leonello la quale venne privato delle finestre e poi di alcune Muse, quest’ultime forse trasferite altrove e rimaneggiate dal Cosmè Tura. Oggi purtroppo solo 6 delle 9 Muse sono giunte fino a noi e si trovano in diverse collezioni europee. Molti artisti lasciarono un segno del loro passaggio a Belfiore: Francesco del Cossa, Cosme Tura, Ercole de’ Roberti e tanti altri.

Urania, dallo Studiolo di Belfiore

Durante la cosiddetta Guerra del Sale (1482-84), tra Ferrara e la Repubblica di Venezia, il palazzo di Belfiore venne gravemente danneggiato tanto da richiedere ingenti lavori di ristrutturazione. A seguito poi della Addizione Erculea la delizia e il suo Barco, assieme anche alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, vennero inglobati all’interno del nuovo perimetro urbano.
La delizia di Belfiore fu anche il palcoscenico di importanti avvenimenti della casata d’Este. Oltre alla pace siglata tra Venezia e il Regno di Napoli a Belfiore venne ricevuta la quindicenne Gigliola da Carrara, andata in sposa al tredicenne Niccolò III d’Este, la quale arrivò «per la Via di Lendinara, e Francolino, e ai 5 di giugno – 1397 -» per poi giungere «sotto le mura della città al palazzo di Belfiore». Un altro importante personaggio è legato alla delizia ed è Ricciarda di Saluzzo, terza ed ultima moglie di Nicolò III; dopo essere stata allontanata da Ferrara alla morte del marito, rientrò in città quando divenne duca Ercole I soggiornando in seguito a Belfiore fino alla morte, nel 1474. Sempre a Belfiore venne concordato il matrimonio tra il duca Alfonso I d’Este e Lucrezia Borgia, un avvenimento questo di grande peso politico e di grande prestigio per il ducato estense.
Abbiamo detto all’inizio di quest’articolo che la delizia di Belfiore venne pensata da Alberto V per essere un luogo di incontri politici, di svago e divertimento della corte. E a proposito di svago e divertimento, proviamo con l’immaginazione ad entrare dentro il palazzo ed osservare come si svolgeva la vita cortigiana al suo interno. Abbastanza frequenti erano i festini, nel quale si cantava e si suonava, mentre abbondanti erano le vivande che si susseguivano sulla tavola. Le pietanze erano perlopiù vari tipi di selvaggina, soprattutto trampolieri e gallinacei. Per quanto riguarda i vini sulle tavole estensi erano serviti in particolare la Malvasia, la Vernaccia e il Trebbiano. Per rompere la cadenza ripetitiva della successione di portate di solito il banchetto era accompagnato da musicisti, che suonavano e cantavano, e da rappresentazioni teatrali. Cetre, viole, flauti, arpe e infine liuti vennero suonati nei banchetti dai più abili e vituosi artisti.
A Ferrara la musica era molto sentita; tutti in città infatti suonavano e cantavano nelle case, nelle accademie, nelle chiese e nei monasteri. Nel periodo di massimo splendore del ducato gli Este riuscirono ad avere una delle cappelle musicali più famose d’ Europa e la prima in Italia. Gli stessi estensi amavano suonare; per fare qualche esempio possiamo citare la sfortunata Parisina Malatesta, amante dell’arpa, il duca Ercole II il quale da ragazzo si cimentava con la cetra, oppure Isabella la quale si dilettava nel liuto. Leonello, Borso, Ercole I, Alfonso I e II amavano invece circondarsi di musicisti invitati ed accolti nelle loro corti. Come scritto dal Messisbugo al termine di ogni serata i padroni di casa, come segno di generosità, erano soliti regalare preziosi doni agli ospiti; questa usanza era molto diffusa tra le famiglie ricche e potenti ed aveva il solo scopo di ostentare all’ospite invitato la propria ricchezza.

Pianta ed alzato della città di Ferrara di Andrea Bolzoni. Il sito occupato della Delizia, già scomparsa ai tempi dell’incisione, viene indicato come Orto di Belfiore.

Il periodo di splendore di cui godette la delizia di Belfiore ebbe un brusco declino, probabilmente causato dalla fine della signoria estense; quel mondo fantastico fatto di sfarzo e banchetti era improvvisamente scomparso lasciando poche testimonianze. Lentamente la campagna si riprese ciò che le era stato sottratto, ritornarono le tradizionali colture agricole e lo stesso palazzo di Belfiore iniziò a scomparire stroncato dall’azione demolitrice degli uomini del tempo. Del magnifico palazzo rimase solo il nome, Belfiore; e a proposito di nomi il Boschini fa notare come gli Estensi, per le loro residenze sparse nel ducato, seppero individuare nomi molto belli ed anche azzeccati al luogo in cui si trovavano come ad esempio Belvedere, Bellombra (situato fra Corbola ed Adria), Berliguardo (a Voghiera) e appunto Belfiore. Il Frizzi scrive che nel 1632 la delizia di Belfiore era ancora in piedi «poiché il Pubblico trattò allora d’acquistarne le fabbriche consistenti in logge, stanze, sale, e granai dalla Principessa Giulia d’Este a cui appartenevano, per trasportarvi la concia dei corami, sebbene poi nulla si concluse». E infatti per Belfiore si concluse nel peggior modo: tutto il complesso della delizia venne quasi completamente distrutto da un incendio e dell’antico fasto e magnificenza del palazzo è rimasto ben poco, solo qualche affresco del Ciclo delle Muse (all’interno dello Studiolo di Leonello) oggi conservati in vari musei europei.

Articolo di Marco Ardondi

Alzato di Ferrara dove si evidenzia la posizione della Delizia di Belfiore