I confini di tutto il distretto di Ferrara sono questi: alla destra del Po verso Ponente è il Mantovano, a Meridione il Reggiano e le paludi modenesi e bolognesi, ad Oriente l’Argentano, il Ravennate, il Comacchiese, il monastero di Pomposa col corso centrale del Goro e lo Adriatico, a Settentrione il Chioggiotto, l’Adriese e il Padovano col possesso di Rovigo e Lendinara di recente acquisizione, a Ponente infine le zone paludose del Veronese che si stendono fino al Po. Entro questi termini è compreso il distretto ferrarese.

Dopo aver descritto il territorio di Ferrara nelle sue caratteristiche e nella sua estensione, ci resta da parlare della posizione e delle caratteristiche della città e delle sue chiese. La sede vescovile fu dapprima a Vico Aventino, oggi Voghenza, presso la quale un tempo scorreva il Sandalo, dal Po Vecchio al Po che passa per Argenta. Poi fu presso la chiesa di San Giorgio, alla punta dell’isola, dove abitavano anche i cittadini. Quel luogo si chiamava Ferrariola, dal nome di quel ramo del Po che oggi si chiama Fossa. I cittadini di Ferrara erano divenuti odiosi ai Ravennati e molesti, ma erano loro inferiori di forze, e quindi decisero in pubblico consiglio di muoversi di lì con tutti i loro effetti personali e con lo stesso materiale da costruzione per stabilirsi oltre il fiume là dove è ora la città. Diedero alla nuova città il nome di Ferrara, derivandolo dal vecchio nome Ferrariola. L’epoca di questo passaggio mi è del tutto ignota, per cui non ne ho parlato. Quindi passò dalla provincia Emilia a quella della Venezia e guardò il fiume, in quel punto largo e profondo, a Meridione. Tra la città ed il capo dell’isola di San Giorgio si trova l’isola di Sant’Antonio, larga circa quattro stadi, e tra essa e la città scorre un altro ramo del fiume, piuttosto ampio e guadabile. I primi abitanti si stabilirono su due dossi e vi costruirono due castelli protetti di terrappieni e fossati. Il primo nella parte superiore del fiume, che chiamarono Castel Tedaldo, forse dal nome di qualcuno di loro più eminente, nella cui zona è oggi la chiesa di San Giovanni e la fortificazione che sovrasta il ponte, che oggi si chiama Castel Tedaldo. Il secondo nella parte inferiore del fiume, nella zona di San Pietro, che chiamarono Castello dei Cortesi. Riempirono di sabbia il tratto fra l’uno e l’altro, che oggi si chiama via dei Sabbioni. Comincia dal ponte di San Pietro e passa per la piazza del comune di fianco alla cattedrale e superando a destra e sinistra i palazzi costruiti dai tiranni giunge alla già menzionata parrocchia di San Giovanni. Dopo che si cominciò a riempire di case il tratto intermedio fra i castelli, munirono la città di fossati, e i castelli erano i limiti della lunghezza della città, come si può vedere dai resti. Ben presto l’affluenza degli abitanti dilatò la città lungo il fiume, e si formò la zona della chiesa di San Tommaso. Si stende la città per circa un miglio, difesa a Meridione dalla vastità e profondità del fiume e dalle altre parti da un largo fossato, terrappieno e vallo. Sul terrappieno poi vennero edificate circa diciotto torri, a poca distanza l’una dall’altra. Stanno a ridosso della città due borghi situati sulla riva del fiume, segnati da fossati e terrapieni, lunghi cinquecento passi. Quello di sopra è contiguo alla fortificazione di Castel Tedaldo, quello di sotto si stende oltre San Tommaso, diviso in tre grandi parrocchie. La città con i suoi borghi è divisa in quattro parti, dette quartieri. La parte superiore col suo borgo si chiama quartiere di Castel Tedaldo, la seguente quartiere di San Nicolò, la terza di San Romano, la quarta col borgo di sotto quartiere di Santa Maria in Vado. Le chiese in queste parti sono trentasette, di cui, senza contare la chiesa vescovile, diciotto son rette da cappellani soggetti al vescovo, le restanti, che sono altrettante, hanno propri prelati, esenti dalla giurisdizione diretta del vescovo.

La Ferrara di Fra Paolino Minorita (XIV secolo)

Poiché la città di Ferrara abbondava di diverse fonti di ricchezza, per la vastità e la fertilità del terreno, delle paludi, dei boschi, e di così grande fiume — che offre tante possibilità commerciali —, vi venne da diverse regioni d’Italia una moltitudine di gente disposta a risiedervi, fra i quali persone eminenti per ricchezza e nobiltà d’origine, con tutti i loro beni, servitù e clienti. Infine, poiché i terreni erano in possesso delle chiese ed i coltivatori pochi e il territorio coperto di paludi e boschi, ogni cittadino eminente si procurò gratis o a poco prezzo grandi possessi. E studiandosi ogni ottimate di accrescere il proprio potere, con la forza che veniva dai loro possessi, pagando un prezzo irrisorio si fecero a gara una schiera di vassalli obbedienti. Ho sentito contare dai nostri vecchi trentaquattro famiglie nobili, delle quali molte decaddero, e di dieci non rimane alcun superstite, mentre altre hanno perso ricchezza, potenza e nobiltà e non eccellono più come i loro antenati, ma hanno confuso la parentela con i plebei; per cui voglio scriverne i nomi per lasciarli ai posteri. Partendo dalla zona superiore della città fino alla chiesa di Santa Maria Nuova ebbero sede cinque famiglie nobili, Ansedei, Guatarelli, Negro di Pietro Saina, Egidio de Forno, Cassiani; tutti costoro decaddero. Della parrocchia di Santa Maria Nuova erano Trotti e Balboni: sono indeboliti ma non estinti;hanno sede altrove.
Della parrocchia di San Nicolò furono Mainardi, potentissimi un tempo, ora indeboliti; i Gondoaldi, della stessa parrocchia, hanno cessato dall’eccellere. Della parrocchia di Santa Croce gli Aldighieri da Fontana, che ora si chiamano Fontanesi. Della parrocchia della chiesa di Ognissanti furono i Rasuri: questi decaddero; i Marcoaldi invece non sono estinti, ma sono annoverati tra i plebei. Della parrocchia di Santo Stefano furono Contrari e Misotti, piuttosto potenti per i molti clienti, ora, perduta la fama che li rendeva eminenti, sono del tutto decaduti. Della parrocchia di San Paolo furono i Leuci: tranne uno che è esperto di legge gli altri sono decaduti. Della parrocchia di San Romano fu Partenopeo, ricco e potente: decadde completamente; ed anche i Menaboi, di cui sopravvivono due giovani ricchi e potenti, ma senza figli. Della parrocchia di San Giacomo furono i Pagani, di cui vivono esponenti. Della parrocchia di Sant’Agnese furono Guidoberti e Visdomini: di essi ne vive ancora, ma di scarse possibilità. Della parrocchia di San Clemente i Gontardi. Della parrocchia di San Giorgio i Giocoli. Della parrocchia di San Pietro, o Castello dei Cortesi, Casotto, di cui non rimasero discendenti; gli Adelardi, dei quali fu Guglielmo di Marchesella, primo e guida della sua parte, e i Torelli, dei quali fu Salinguerra, primo della parte avversa. Degli Adelardi non sopravvisse nessuno, tranne una fanciulla figlia di Adelardo fratello di Guglielmo, che, rapita di nascosto dalla casa dei Torelli, ad uno dei quali era stata promessa, venne consegnata ad uno dei marchesi d’Este, di nome Obizzo, ma morì ancora fanciulla prima di consumare il matrimonio. Dei Torelli ne rimane uno solo, che non ha figli maschi. Della parrocchia di Sant’Apollinare furono i Falzagaloni, che pure decaddero. Della parrocchia di Santa Maria in Vado erano gli Avvocati e i Cattanei di Lusia, oggi estinti, e i Signorelli, di cui rimangono discendenti. Della parroc­chia di San Vitale sono i Bochinpane. Della parrocchia di San Tommaso furono Turchi e Ramberti. Della parrocchia di San Lorenzo furono i Fontanesi, i quali, nati dagli Aldighieri, mancano pure di discendenti. Della parrocchia di San Silvestro furono i Costabili, che hanno numerosa discendenza, e i Leodovini, che continuano.

Fiorente Ferrara, la contessa Matilde, signora di molte genti, volle assediare nell’anno di Cristo 1101 la città, ma non so se riuscì ad espugnarla. Ella visse ancora quattordici anni dopo l’assedio, e lasciò erede dei suoi beni la chiesa di Roma. Il popolo mantovano ed il ravennate, confederati contro il popolo di Ferrara, già di apprezzabile forza, gli fecero guerra. Ma il popolo di Ferrara, di esercito inferiore ai due nemici, che troppo lo premevano per terra e per acqua — e già ne soffriva i danni — con l’offerta di denaro e con suppliche si strinse al popolo di Verona contro i nemici. Il prezzo pagato per indurli ad entrare in guerra fu il territorio di Ostiglia, sulla riva del Po, situato tra Serravalle, soggetto ai Mantovani, e Melara, soggetto ai Ferraresi, ed il territorio di Gaiba, situato tra l’Adige e il canale che dall’Adige porta a Fratta, paese palustre. Dopo che le forze del popolo di Ferrara, giovatesi di quelle del socio popolo veronese, vinsero i nemici, dei quali prima erano inferiori, con una pace che contemplava condizioni eque e giuste si concluse la guerra.

AI tempo dell’imperatore Corrado secondo e del sommo pontefice Eugenio terzo, che governavano nell’anno di Cristo 1140, Guglielmo di Marchesella della famiglia degli Adelardi era a capo di una parte di Ferrara; a capo dell’altra era invece Torello di Salinguerra. Anche i marchesi Estensi erano ostili a Guglielmo, per cui lo stesso Guglielmo fece costruire ai confini del distretto di Ferrara robuste fortificazioni con terra ed acqua, dovunque c’era la possibilità di nuocere al Ferrarese, dovunque a Pontecchio, ad Arquà, a Fratta, a Maneggi, posti lungo le paludi, fece costruire piccoli castelli. Al ritorno di Guglielmo a Ferrara dalla Crociata, fatta al tempo del suddetto papa Eugenio nell’anno di Cristo 1147, Adelardo suo fratello e tutti i figli di Adelardo, tranne una figlia ancora bambina di nome Marchesella, morirono. Guglielmo, che non aveva figli, nominò Marchesella erede del patrimonio, a condizione che se morisse senza figli, la sostituissero i figli di sua sorella Giocolo e Lingueta per metà, e per l’altra metà l’ospedale di San Giovanni di Gerusalemme. Io ho visto e letto quel testamento, e oggi esso è deposto presso di me. Desiderando anche quell’uomo provvedere amorevolmente al bene pubblico di Ferrara, volle affidare quella sua erede, di non ancora sette anni, a Torello capo della parte avversa, affinché la città non venisse lacerata da discordie e scontri violenti. Morto Guglielmo, i nobili di Ferrara che avevano parteggiato per Guglielmo nelle discordie civili, mal sopportando la felicità di Torello, si rodevano d’invidia; e così in odio a Torello, consigliatisi, decisero di cedere la guida ad uno dei marchesi Estensi, per molestare Torello e quelli della sua parte a Ferrara. Riuscirono poi a portar via dalla casa di Torello con la forza o con l’inganno Marchesella e la diedero ad uno dei marchesi, di nome Obizzo, come futura sposa. Allora in casa d’Este erano cinque fratelli, Azzo, Bonifacio, Obizzo, Fulco e Alberto. Obizzo per certo, promesso sposo della fanciulla, fruiva ella vivente dei beni della sua eredità, nell’anno di Cristo 1180, o giù di lì. Poi all’improvviso la fanciulla morì, prima delle nozze. Quelli che erano stati indicati come successori della sua eredità non vollero rivendicare il proprio diritto. I Giocoli che dovevano essere gli eredi sostituti, per amore della propria parte e odio dell’avversa preferirono che la porzione che toccava loro giungesse nelle mani dei marchesi, capi della loro parte, piuttosto che goderne senza la guida dei marchesi nelle discordie civili. E così i cittadini di Ferrara continuarono a scontrarsi sia nei momenti buoni sia in quelli difficili, per lungo tempo. Ho sentito dire dai vecchi che nel giro di quarant’anni le parti si cacciarono vicendevolmente dalla città per una decina di volte, distruggendo beni e cose, e rovinando le case or dell’uno or dell’altro come fossero nemici esterni. Da bambino mio padre mi raccontava nelle sere d’inverno a casa nostra che ai suoi tempi aveva visto a Ferrara trentatré alte torri in poco tempo abbattute e distrutte. Avvenne quell’alternanza di rovine violente soprattutto al tempo di Salinguerra.
Prima di allora Salinguerra, che aveva fama di persona saggia ed avveduta nelle cose del mondo, e che non solo possedeva nella parrochia di San Salvatore, dove abitava, case e grandi palazzi, ma anche giardini, orti, vigneto e prato, vi costruì anche per propria sicurezza e di quelli della sua parte un castello, che munì di fossati, terrappieno e vallo e torri adatte ad affrontare qual­siasi necessità.

Se dunque il popolo di Ferrara poteva godere dei beni della pace, visto che nessun nemico esterno ne minacciava l’incolumità, doveva soffrire dell’animosità delle parti che cercavano di superarsi. Salinguerra era dunque podestà e rettore a Mantova, quando gli avversari, pensando che fosse il momento giusto per espellere l’altra parte, prendono le armi e costringono la fazione avversa a rifugiarsi nel castello di Salinguerra, dopo averla gravemente offesa per tutta la città. Appena l’ebbe saputo, Salinguerra con una schiera di amici in armi si affretta verso Ferrara e superati i ponti di Bonetico e di Lagoscuro raggiunge la città. Gli vengono incontro gli avversari nel sobborgo, nel luogo di un trivio chiamato Roversella. Sbaragliati qui gli avversari, entra per la porta di San Paolo e guadagna la propria abitazione fortificata. Poi, rccolte le forze, costringe gli avversari a lasciare la città. In seguito per tre anni, come ho sentito dire, fra l’una e l’altra parte infuriò la guerra civile. Infine, stanchi dei continui scontri, i cittadini posero fine alla lotta a condizioni eque. Tra le altre, che ogni cittadino esule potesse ritornare alla propria casa, reintegrato di ogni suo bene e della dignità di cittadino; che ogni carica del comune venisse divisa equamente ogni semestre od ogni anno, in modo che la parte di Salinguerra potesse occupare metà di tutti gli incarichi, e l’altra metà toccasse ai cittadini della parte del marchese. Ma questo fu un primo, pessimo precedente, poiché una volta terminato questo periodo di pace, che durò tre lustri, e fatto prigioniero Salinguerra con l’inganno e condotto a Venezia e ivi relegato, i marchesi iniziarono da quel momento a signoreggiare in Ferrara con la forza della tirannia, e quelle stesse cariche comunali distribuirono a proprio piacere tra i loro seguaci gratuitamente, o le vendettero ad altri. Era tra le condizioni di quella pace che i marchesi potessero venire a Ferrara con un seguito non numeroso due volte l’anno e preavvisando Salinguerra. Quando il marchese Azzo si avvicinava alla città, Salinguerra gli andava incontro con i nobili delle due parti e conversavano urbanamente e pranzavano insieme con tutti i maggiorenti della città. Salinguerra era ricchissimo, mentre i marchesi non avevano grandi entrate, poiché la maggior parte dei loro possessi che provenivano dal patrimonio di Marehesella, alla quale erano succeduti, era a titolo di feudo. Al tempo di quella pace fiorì Ferrara ed i cittadini godevano in abbondanza delle sue possibilità di ricchezza e della tranquillità. Nessuno esulava dalla patria, a meno che non fosse un facinoroso e un malfattore. Ogni via proveniente dalle città circostanti e dal mare era aperta. Da ogni città marittima le navi da carico, dalle immense stive, cariche di merci fin sull’albero maestro, entravano per le bocche del Po ed avevano scali sulle rive del fiume. I cittadini di Ferrara non dovevano raggiungere Venezia o Ravenna per procurarsi il necessario. Ogni anno si tenevano le fiere sul prato del comune, situato lungo il Po sulla riva di là, alle quali dalla maggior parte d’Italia e perfino dalla Francia venivano mercanti carichi di vari prodotti. Ogni genere di cittadino e di straniero si forniva a dismisura del necessario durante quelle fiere, vendendo e acquistando. Le fiere si facevano due volte l’anno, ciascuna di quindici giorni, la prima per le Palme, e la seconda per San Martino. Certo era allora così ricco l’erario che una volta soddisfatte le spese comuni il resto veniva suddiviso ogni mese tra i cittadini in proporzione del censo; a proposito del quale era una gara tra i cittadini, perché si ritenevano offesi se il loro censo veniva registrato troppo poco consistente. Se talvolta venivano a mancare i viveri necessari al popolo o li si trovava solo a prezzo eccessivo, c’era tra i cittadini chi subito portava sul luogo del mercato, per venderli al minor prezzo utile possibile, i propri raccolti tirati fuori dai propri magazzini. Ho sentito dire dal popolo che questo fece talvolta Salinguerra. Allora Salinguerra era amico del popolo bolognese ed alleato anche con quelle parti che in Lombardia erano avverse all’imperatore Federico, ed a volta a volta otteneva e prestava tranquillamente loro aiuto. Benché la parte avversa potesse contare tra le sue fila un numero maggiore di nobili, egli era tuttavia ben più forte dei suoi avversari, perché la massima parte dei plebei e i Ramberti e qualche altro nobile potente erano della parte di Salinguerra. Ma piacque a Dio, i cui disegni non possono essere ingiusti, mutare le fortune della città e della sua guida, benché egli tutto possa col solo volere, senza servirsi di mezzo alcuno, tutto invece conduce al fine secondo il suo destino con strumenti intermedi, giusti o ingiusti che possano sembrare. Le ragioni delle vicende e della rovina di quell’uomo sono note, e ne parleremo nel prossimo capitolo.

Poiché i mercanti che solcavano il mare Adriatico con le loro merci potevano liberamente raggiungere Ferrara attraverso i porti delle bocche del Po — e così facevano —, l’avidità angustiava l’animo dei Veneti, che volevano ogni navigante quel mare diretto ai loro porti. Quindi tenendo alcune navi da guerra di fronte ai porti per cui si passa nel Po impedivano alle navi mercantili cariche di merci di portarle a Ferrara. Salinguerra ed il popolo di Ferrara mal sopportarono quell’ingiusta novità, e così mandarono un’ambasciata a Venezia per denunciare la cosa e farla cessare. Non avendo ottenuto nulla, decisero di usare la forza. Inviata dunque in mare una flottiglia armata, sbaragliano le navi venete, e catturatene alcune le trainarono a Ferrara dove, tratte in secco sulla riva del fiume, diedero spettacolo a tutti, finché non vi marcirono. Questa fu la ragione dell’ostilità tra Salinguerra e i Veneti. Una sola ragione allo stesso modo rese Salinguerra odioso alla chiesa romana ed al popolo bolognese, quando egli passò dalla parte dell’imperatore Federico già nemico della chiesa. Per certo fu Ezzelino da Romano, allora tiranno nella Marca Trevigiana e già divenuto amico di Federico, a sedurre Salinguerra, a lui legato da parentela, ed a farlo passare dalla parte di Federico. In questa scelta per lui mortale Salinguerra ricevette in dono da Federico la curia e il castello di Carpineti nel Reggiano. Anche il vescovo designato della chiesa di Ferrara, Filippo, poi arcivescovo di Ravenna, prese ad odiare Salinguerra, ma ne ignoro le ragioni. Quindi Salinguerra, già oppresso dalla vecchiaia, dovette piangere la morte di Albertino e Tommaso, figli di suo fratello. Anche Giacomo Torello suo unico figlio, già adulto, era motivo di tristezza per gli amici, di gioia per i nemici, poiché era sciocco e stravagante. Queste vicende resero il nome di quell’uomo men celebrato ed alienarono da lui, per speranza o per paura, parecchi potenti amici.

Essendo ormai chiaro a tutti i più avveduti che Salinguerra e quelli della sua parte erano in odio mortale alla chiesa romana, al popolo bolognese con i loro seguaci e ai Veneti esasperati nei suoi confronti, il vescovo eletto della chiesa ferrarese e i capi della fazione del marchese considerando attentamente le cose fanno progetti per rovesciare il potere di Salinguerra. E per prima cosa il vescovo occupa il castello di Bergantino, quindi dopo pochi giorni il castello di Bondeno, che dista da Ferrara dieci miglia. Appena si seppe ciò a Ferrara, alcuni furono presi da dolore e paura, altri da gioia e si rallegrarono grandemente per la speranza. Salinguerra invece non cadde in preda all’ira per il dolore o la paura, tanto da rovinare chiunque dei potenti gli era sospetto, anzi li lasciò andare illesi o li invitò civilmente a scegliere l’esilio. Dopo che furono pronti i piani per l’assedio di Ferrara e quindi per il rovesciamento di Salinguerra, la chiesa romana e gli altri nemici di Salinguerra si accingono allo scontro. Salinguerra dunque ebbe a sua difesa ottocento cavalieri, cinquecento dei quali gli furono inviati da Federico. Quasi tutti i cittadini plebei di Ferrara gli erano fedeli. Poté usufruire per le sue necessità anche di molto denaro, quattro vasi pieni della moneta detta prevedesino, che per un caso era in trasferimento per comando di Federico a Ferrara, e con quella suppliva alle spese della guerra.

Quando venne il tempo stabilito dai capi degli assedianti Ferrara, cioè all’inizio di febbraio, là convengono. Venne Gregorio da Montelongo legato apostolico con il suo esercito, il doge veneziano con una gran flotta da guerra, il podestà di Bologna con il suo grande esercito, il marchese Azzo con i Ferraresi della sua parte che esulavano spontaneamente e con altri suoi amici, Paolo Traversaro da Ravenna, i Mantovani e Milanesi e molti altri che si fecero guidare o dall’attaccamento alla parte o dal rispetto per la chiesa romana. Gli eserciti si schierarono nel prato delle fiere situato lungo il fiume, nel capo dell’isola di San Giorgio e sull’argine del Po che comincia dalla porta del borgo di sotto, poiché le zone a ridosso della parte settentrionale della città erano state inondate ad arte con le acque del Po. Dall’una e dall’altra parte si combatteva virilmente, per attaccare e per difendere. Benché fossero molti i potenti un tempo favorevoli a Salinguerra che si erano allontanati da lui ed avvicinati ai suoi nemici, tuttavia non osarono fare qualche cosa
apertamente contro di lui, per timore degli ottocento cavalieri e della moltitudine di plebei che difendevano la città. Né sembrò necessario a Salinguerra liberarsi dei sospetti, per non farsi nemici i loro seguaci. Con malizia ed inganno si giunse ad una pace piena di insidie. Lo stesso giorno della stipula della pace, Salinguerra venne condotto dai Veneti a Venezia, dove fu tenuto prigioniero in un luogo dignitoso per cinque anni e mezzo, fino alla sua morte. Ugo Ramberti, che dopo Salinguerra era stato il più potente della sua parte e che era riuscito a persuadere a stringere quella pace e costrinse a farla, sollecitato da grandi lusinghe, per pochi giorni fu accolto nel consiglio dei capi, ma ben presto ne venne escluso, quindi lo si persuase a ritirarsi con tutti quelli della sua famiglia in un loro possedimento di campagna. Appena ciò fu fatto, nelle notti successive i loro amici soprattutto e quelli di Salinguerra furono assaliti nelle loro case, offesi, feriti, uccisi e spogliati dei beni. Quindi si mandò a dire ai Ramberti di provvedere alla propria salvezza esulando dai confini della patria, e così si fece. Moltiplicati i delitti, un grandissimo numero di uomini della parte soccombente emigra abbandonando le sedi familiari. Così ho sentito dire che circa millecinquecento famiglie dovettero esiliare. Ciò avvenne nell’anno di Cristo 1240, prima delle idi di giugno, quando già le messi imbiondivano ed invocavano il mietitore con la falce. Pochi dei nobili andarono in esilio con quelli che abbiamo ricordato: quelli che al tempo dell’assedio erano passati dalla parte di Salinguerra a quella del marchese, con la forza delle loro ricchezze rimasero in città. Primi di costoro erano stati Marchesino Pizolo Mainardi, il potente Partenopeo, Menabò, Galvano Misotti è molti altri potenti. Fra quelli che ritornarono col marchese, vincitori in astuzia, furono i Fontanesi, i Turchi, i Giocoli.

Rappacificate le cose, i Veneti governarono la città per un biennio ed ottennero per lungo tempo condizioni e patti, che oggi si ricordano come patti vecchi, vili, duri e superbi, opprimenti col loro terribile giogo l’animo dei liberi cittadini. Infatti quelli che erano tornati da vincitori, godendo dei privilegi della legislazione e dei beni degli esuli, amando disordinatamente più la carne mortale dell’anima, lasciarono ingiustamente libero campo alla libidine e superbia dei Veneti. Le fortune degli esuli come i terreni amplissimi furono suddivisi tra i vincitori. Finito quel biennio, la podesteria venne affidata al marchese Azzo, con lo stipendio di tre mila libre bolognesi, ed egli la tenne per più anni. Ma poi i primi cittadini decisero, dopo essersi consultati, di affidare quella carica a qualche nobile potente nella sua patria, che aveva offerto aiuto e che sembrava volerne offrire in futuro mettendosi a disposizione. Riferita la cosa ad Azzo, lo pregano di rinunciare al governo della città, affinché per mezzo di quella carica altri amici potenti possano approfittarne. Allora Azzo disse: « Se verrò privato dei vantaggi di questa carica, visto che l’insieme delle entrate non fa fronte alle spese, delle quali non posso fare a meno rimanendo a Ferrara, me ne andrò di qui a Rovigo, dove vivrò quietamente senza preoccupazioni. » Allora gli dicono: « Rinunciate alla carica e lo stipendio vi verrà corrisposto ugualmente. » « D’accordo », rispose Azzo. Allora ci si diede da fare perché per decreto di coloro che governavano venissero date ad Azzo ogni anno, traendole dall’erario di Ferrara, tremila libre di ferrarini, moneta che allora era pari al bolognino. In seguito, poiché le proprie entrate non bastavano a quell’uomo gentilissimo e generoso verso chiunque, si facevano per lui collette ingloriose: infatti per le spese da farsi nella festa del Natale del Signore e della Resurrezione si richiedeva agli abati, priori, arcipreti e consoli della campagna del distretto di Ferrara di corrispondere al marchese una somma di denaro, buoi o maiali. Si obbediva, benché malvolentieri. Perciò ne nacque una ben triste fama diffusa dal popolo, che si lamentava perché al tempo di Salinguerra non si facevano tali esazioni. Ma a tacitare quelle lamentele si stabilì in sede di governo che ad ogni Natale del Signore per le spese corrispondesse l’erario seicento libre di Ferrara e per la Resurrezione cinquecento. I più rappresentantativi della parte del marchese, distruttori del bene pubblico per il proprio particolare, si diedero da fare affinché ciascuno acquistasse da Azzo in feudo ogni bene da lui posseduto del patrimonio di Guglielmo di Marchesella. In cambio fecero in modo quegli stessi nobili che i pubblici possessi di Migliaro, situati in diocesi di Cervia, fossero concessi ad Azzo. Nella richiesta fatta al popolo a questo proposito, nessuno osò mostrarsi contrario, e coloro cui la cosa dispiacque dovettero limitarsi a borbottare i propri mugugni. Venne poi fatto chiamare da coloro che male amministravano la cosa pubblica un plebeo, sostenitore di Salinguerra, e gli fu dato mandato di raggiungere Ravenna, dove gli esuli, quasi vi abitassero, facevano continuamente scorrere nel territorio di Ferrara, e dicesse ai Ramberti ed agli altri esuli di consentire alla concessione fatta ad Azzo dal comune di Ferrara del territorio di Migliaro, affinché i cittadini di Ferrara potessero provvedere efficacemente al bene degli esuli. Altro si aggiunge ai guasti della cosa pubblica: si fece un decreto per il quale Azzo avesse dall’erario seicento libre ogni anno per rafforzare il castello di Ariano. L’erario pagò la somma, nulla fu fatto. Queste ingiuste esazioni continuarono fino a quando il popolo di Ferrara con l’aiuto di Dio e della chiesa romana scosse dal collo il giogo dei tiranni. Ma torniamo all’argomento di cui sopra.

Preso Salinguerra dai Veneti e tenuto prigioniero, quasi millecinquecento persone della sua parte fuggirono in esilio, e poi abitando nel borgo di Ravenna riuscirono molestissimi alla città ed al contado di Ferrara, scorrendo con le loro navi ogni ramo del Po, le paludi e il mare, tanto che ogni spostamento o impedirono o resero pericoloso. Frattanto a Ferrara, nate discordie tra i potenti, Marchesino Pizolo Mainardi ed il già ricordato Partenopeo, espulsi dalla città, si rifugiano a Ravenna e stringono società con gli esuli per combattere. Dopo tanto perdurare della guerra civile, alla fine gli esuli son fatti venire e lasciano Ravenna. Concessa ai cittadini pace dopo la guerra civile, la città tanto fiorì in ricchezza da essere in grado di inviare settecento cavalieri suoi cittadini contro Ezzelino da Romano tiranno nella Marca Trevigiana, quando venne con l’esercito a vendicare la perdita di Padova.

Già Azzo aveva superato l’età della maturità ed aveva raggiunto il termine della sua vita. Allora aveva una moglie sterile, ma da precedenti nozze aveva avuto tre figlie, la maggiore delle quali si dedicò alla vita monastica, le altre si erano maritate; il maschio invece fu costretto a consegnarlo come ostaggio a Federico quando era già adulto. Costui dopo la morte di Federico venne avvelenato. Il bambino di questo figlio tenuto come ostaggio, che si chiamava Rinaldo, venne consegnato ad Azzo quando aveva forse quattro anni, ed egli lo educò con l’affetto di un padre. Aldighiero Fontana era il più eminente dei potenti di Ferrara, per avvedutezza, sostanze e potere. Dalla sua intelligenza e volontà era retto il consiglio ristretto di Azzo e la città intera. Egli persuase Azzo e si studiò incessantemente di ottenere che quel fanciullo, ormai divenuto adulto, di nome Obizzo, venisse nominato erede dal morente Azzo nel suo ultimo testamento. Imminendo la fine di Azzo, Aldighiero Fontana convocò a Ferrara gli amici potenti delle città vicine. Vi fa venire anche contingenti armati della sua parte, ed a sua discrezione allontana dalla città alcuni cittadini a lui sospetti. Riuniti i maggiorenti a consiglio, chiede e propone quello che sembra necessario all’utilità della parte. Dice che gli sembra utile a garantire la parte sostituire Obizzo al posto di Azzo quando quest’ultimo fosse venuto meno. Ma l’arcivescovo di Ravenna Filippo ed i nobili più eminenti di quella città erano contrari al parere di Aldighiero, e dicevano: « Quello che vuoi costituire signore tuo e nostro è un adolescente, che non sappiamo come si comporterà un domani, né da quale ambiente venga. Piuttosto reggi e governa tu questa città, con il tuo potere e con la tua saggezza; di te infatti ci fidiamo. » Ma i nobili venuti da altre città erano d’accordo con Aldighiero. Alla fine si decide di affidare ad Obizzo il dominio della città. Su indicazione di esperti in diritto viene sottoscritto l’accordo. Morto Azzo, si preparano i funerali nella chiesa di San Francesco. Il corpo viene trasportato alla tomba con grandi onori. Pianto e lacrime sincere solcarono i volti dei cittadini addolorati; anche quei cittadini che avevano seguito la parte avversa piangevano Azzo con lacrime e gemiti dicendo: « Quest’uomo non fu persona malvagia, ma benevolo e buono. » Deposta la salma di Azzo nella chiesa ma non ancora racchiusa nel sepolcro, subito si torna di lì alla piazza, dove era una schiera di cittadini in arme. Per esplicito ordine si proibì ad altri cittadini di portare armi. Era il 17 febbraio 1264, essendo durato il suo principato in Ferrara ventiquattro anni fino alla sua morte. Tornati in piazza dai funerali, col suono delle campane e le grida del banditore si chiamano come al solito i cittadini ad assemblea. Tutti si raccolgono là, e non solo i cittadini, ma anche la massa dei vagabondi e quelli che erano stati fatti venire a presidiare in armi. Allora i maggiorenti chiamati dalle diverse città vicine a Ferrara invocano dalla moltitudine circostante non quello che è conforme alla legge divina o al pubblico bene civico, ma quello che loro sembrava bene per i desideri della carne e degli occhi e la superbia della vita, oltre che per la repressione di quelli che non consentivano con loro. Parlò da ultimo Aldighiero Fontana cittadino di Ferrara, l’architetto di tanto santo edificio, che tra l’altro — ne fui testimone da adolescente — disse: « Non temano gli amici della nostra parte, e non si rallegrino o coltivino fondate speranze per i loro interessi i nostri avversari per la morte del marchese Azzo, perché di lui ci rimane questo adolescente qui presente, di buon carattere, che promette molto. E se poi mancassero gli esponenti di casa d’Este adatti a dominare, ci faremo un signore di paglia. » Acclamava la moltitudine presente: « Sì, sì », ma non tutti i cittadino lo facevano, solo quelli che possedevano i beni degli esuli e godevano di privilegi nell’ordinamento pubblico o speravano di goderne, ed anche quelli estranei sia al bene sia al male della cosa pubblica, come il volgo mercenario e quelli chiamati a difesa, che erano venuti proprio a quello scopo. Uno dei cittadini che era là prese ad urlare a viva voce contro un mercenario senza casa, che andava in giro chiedendo l’elemosina con la sua roba portata in un sacco, scalciandolo e dicendo: « Taci, miserabile mercenario portasacco, che vendi me e le mie cose con armi e cavalli e tutto il resto: tocca a me sottopormi al peso che proprio tu metti sulle mie spalle. » Fatto quindi silenzio, si sceglie un sindaco che debba conferire il dominio della città e del distretto di Ferrara ad Obizzo, ormai diciassettenne. Fatta la scelta, il sindaco incaricato cede ad Obizzo un potere assoluto, tanto da poter tutto, giusto o ingiusto, a suo piacere. Venne dato allora al nuovo signore più potere di quanto possiede il Signore eterno, che non può fare ingiustizia. A cose fatte si abbandona l’assemblea. Tornano a casa loro quelli venuti a presidiare in armi. Aldighiero poi, factotum di Obizzo, nominò gli amministratori dei beni del nuovo signore nel suo consiglio ristretto e altrove dove era necessario; con ogni cura e sforzo, giusto e ingiusto, si preoccupa di accrescere il patrimonio e il potere di Obizzo. Chiunque aveva a che fare con la cosa pubblica di Ferrara o con Obizzo, doveva prima passare per Aldighiero. A tutto soprintendeva, secondo le sue decisioni erano condotti gli affari della parte dai maggiorenti delle città circostanti. Nella navigazione era il nocchiero Tifis, e gli altri capi gli obbedivano come comuni marinai. Quasi per sei anni di seguito la fortuna gonfiò di favorevole brezza le vele della nave di Aldighiero. Ma alla fine Eolo, re dei venti, serrato il dolce Zefiro, liberò Aquilone ed Euro foriero di nubi, che la nave di Aldighiero, a lungo squassata dalle onde, precipitò nell’abisso.

Estratto da: riccobaldo da Ferrara – Chronica Parva Ferrariensis – Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria – Ferrara 1983