Di Mario Calura

Mi riferisco alla riunione di quelli che, nell’alto medioevo, erano chiamati i borghi superiore e inferiore della nostra Ferrara, in quanto il centro urbano spirituale e tradizionale era ancora rappresentato dalla antiqua civitas raccolta intorno a S. Giorgio traspadano.
Tali borghi, come è ben noto, si distendevano, più longitudinalmente che in profondità, lungo la riva sinistra del Po, sopra i fondi, in parte ancora rustici, detti Bagnolo e Tabernolo, serviti dalla strada pubblica dell’ argine naturale del fiume, che in seguito si chiamò Via Grande, e inferiormente dalla antichissima strada romana detta poi, nel suo percorso urbano, della Rotta e dei Sabbioni.
La strada romana e quella dell’ argine padano erano congiunti da stradelle semi-rustiche, tra umili casette, casali e orti, fossatelli che poi si chiamarono scorsuri, e canali, maggiore quello di S. Stefano, meno importante quello di S. Maria di Bocche. C’ erano, poi, timidamente costruite tra l’abitato, e ben vicino alla strada pubblica del Po, diverse chiesette, umili come le case; e quella che le superava un tantino in importanza, San Pietro, veniva chiamata pomposamente Basilica, forse perché provvista di absidi e di navate, dotata di un collegio canonicale e della dignità di sussidiaria della Cattedrale di S. Giorgio.

Nell’insieme, questa riunione di borghi, che nell’alto medioevo aveva avuto il nome di Massa Babilonica, raccogliendo, anche, 1’ eredità degli antichissimi abitatori Veneti, Etruschi e Galli, alla metà circa del sec. X costituivano un grosso borgo fluviale che rapidamente veniva saldandosi nelle sue brevissime soluzioni di continuità e timidamente, quasi senza fiducia estendendosi in profondità.
Anche così empiricamente costituito, questo borgo aveva un centro, una piazza centrale, necessaria anche perché il maggior numero di ferraresi abitava, ormai, di qua dal Po e sempre tale numero aumentava.
In quale località era posta? Non potremmo saperlo, nè conoscerlo per induzione (poiché nessuna traccia può esserne rimasta) se non ne avessimo memoria chiara ed esplicita in un documento riportato dal Muratori (Antiq. Ital. Medii Aevi -Dissert 36 et 65) sulla scorta dei Manoscritti del Prisciani. Il Frizzi (alla pag. 54 del Tomo 2°) accenna di sfuggita al documento stesso,, a proposito di tutt’ altra esposizione storica.
Onde, nessuno finora, che io mi sappia, ha dato rilievo a questa pur importante notizia.
Si tratta di Istromento stipulato per atti di Pietro Tabellione ferrarese, intorno all’anno 965, sotto il Pontificato di Benedetto VI, imperando Ottone II. Parti : l’Abate Venerio di Santa Maria in Aula Regia di Comacchio, il Prete ferrarese Bonizone ed Andrea e Giovanni suo figlio, da Ferrara. Apprendiamo, in primo luogo, che il nominato fondo « Bagnolo » era di proprietà dell’Abbazia Comacchiese di S. Maria in Aula Regia, se questa ne investiva per buon tratto Bonizone, Andrea e il figlio Giovanni. Poiché, oltre al Casale di cui appresso farò cenno, l’Abate Venerio investiva Bonizone Prete della Chiesa e del terreno annesso, cum orto, puteo et casis.
Deduciamo, da tale documento, cosi, anche l’antichità della Chiesa di S. Michele, recentemente e con non opportuno consiglio soppressa e ridotta a tristo uso profano. Il titolo priorale che tale antichissima Chiesa serbava, accennava ancora alla dipendenza originaria dell’Abate di S. Maria in Aula Regia, che aveva costituito priore, secondo l’ordinamento monastico, il Parroco che la officiava.
Ma torniamo al nostro argomento. L’ Abate Venerio investe, dunque, jure emphiteusis, Andrea e Giovanni da Ferrara del Casale posto nel fondo « Bagnolo » « cum casa supra se habente, juxta latera : in primo latere platea pubblica que vocatur major e dexendente in Sancto Clemente ; in secundo latere possidet Leo Dientio; tertio latere persistente ripa de Pado via pubblica percurrente, quarto latere Via Canalis persistente in illuvie Pado dexendente in Roncagallo.
« Quod habet, ipso suprascripto Casale, perapodimus in longitudine sua pedes viginti quinque, atque in latitudine sua pedes decem et octo, etc. ».
Inutile segnalare l’importanza di questa breve descrizione d’ ambiente sotto i vari aspetti, i quali meriterebbero tutti un adeguato commento. Glottologicamente, il linguaggio curialesco rivela la lingua italiana già formata, che trasporta la sua struttura sintattica nelle parole latine, alcune delle quali si dimostrano al di fuori di qualsiasi lessico classico o decadente, e per tanto latinizzate alla meglio. Valga per tutto il testo — del quale ho riportato solo quel tanto che mi interessa — la parola perapodimus che significa : presso a poco. Un volgare primitivo era dunque da noi parlato correntemente nel sec. X, e ci spieghiamo bene, cosi, il forbito italiano dei versi dedicatori della nostra Cattedrale, scritti esattamente due secoli più tardi.
Dal punto di vista storico-topografico, dobbiamo fermare tutta la nostra attenzione.
Il passo indica i confini di un casale di questa nostra Ferrara, allora più che mai «zzittà ad campagna», come l’ha chiamata qualche bell’ umore indigeno ; e cosi riesce a farci identificare la località della primitiva piazza maggiore. Lo avete già capito : tale piazza non aveva niente a che vedere con la nostra odierna piazza centrale. Il Casale concesso a Bonizone e ad Andrea in enfiteusi confinava dunque, in primo luogo, con la «platea pubblica que vocatur maiore» con la piazza pubblica maggiore dexendente in Sancto Clemente, cioè là dove discende, dove tocca la Chiesa di S. Clemente.

L’angolo dell’isolato che ospitava la piazza fra Via Giuoco del Pallone e Via Romiti

La Chiesuola di S. Clemente sorgeva lungo l’odierna Via Giuoco del Pallone e precisamente sull’ area dove, nel 1830 circa, l’insigne naturalista Antonio Campana costruì la sua casa d’ abitazione, in angolo con via Romiti e di fronte al Vicolo del Granchio. Ragazzo, io frequentavo questa casa, e ricordo perfettamente lapidi terragne nell’ ampio cortile, una bella vera da pozzo veneziano del principio del sec. XV., ora, se non erro, nel Palazzo Balbo, capitelli a terra, e un tronco di grossa colonna di granito antichissima, indubbiamente appartenente alla primitiva Chiesa.
Prosegue la descrizione; nel secondo lato il confine è dato dalla proprietà di Leone Dientio, personaggio non meglio identificato ; da un terzo lato pertistente ripa de Pado via pubblica percurrente, vale a dire la riva del Po percorsa dalla Via pubblica, cioè dalla via Grande corrente sull’ argine fluviale, dal quarto lato, il casale confinava con la via Canalis che discende nel Po, descendente in fluvio Pado, nella località Roncagallo. Tale località, dice altro documento riportato dal Muratori e poi dal Frizzi, era sulla riva del Po ubi erat antiqua civitas, cioè sulla riva destra.
Quale era la Via Canalis?
Rispondo: due erano le vie Canalis di Ferrara medioevale ^ quella di S. Stefano, tracciata lungo il canale principale sussistente, ancora, alla fine del sec. XV, come lo indica chiaramente il Tipo del Presciani. L’ altro canale era quello lungo il quale correva la Via Giuoco del Pallone, detta anche di Boccacanale, nome rimasto al suo ultimo tratto, che si avvia alla antica foce di Roncagallo, di fianco alla attuale chiesa di S. Giuseppe. La chiesa distrutta ed antichissima di S. Maria di Bocche (pare risalisse al sec. Vili0) prendeva questa denominazione dall’esser prossima alla bocca, cioè alla foce del Canalis in Roncagallo.
Non può trattarsi, qui, del Canale di S. Stefano, poiché si accenna alla presenza della Chiesa di S. Clemente. Deve trattarsi necessariamente, del Canale di S. Maria di Bocche, ossia di Via Giuoco del Pallone.
E allora, cercando di orientarci nel modo migliore possibile, dobbiamo ricavarne che il casale enfiteutico, che confinava da un lato col Po, ossia con la Via Grande e da altro lato con la Via Canalis (di Giuoco del Pallone), da un terzo lato con Leone Dientio, cioè con una proprietà privata, aveva necessariamente il restante confine, indicato come primo, dalla parte opposta a quella dell’Argine padano, alla Via Grande insomma. Stava tra 1’ Argine e 1’ area della Chiesa di S. Clemente, la quale ultima confinava con la Piazza Maggiore.
L’istrumento designa anche la superficie del Casale enfiteutico e cioè : in lunghezza venticinque piedi, in larghezza diciotto. Questa superficie sembra combinare con l’attuale compresa tra la casa ex Campana (ex Chiesa di S. Clemente), la Via Giuoco della Pallone, la Via Grande e la Via Buonporto.
E cosi ne nasce che la Maggior Piazza di quii’ umile Ferrara — diremo con aggettivo dantesco — fatta di casette e di orti e di fossati, con qualche palazzotto munito, dei secoli precedenti il XII°, era, a un di presso — perapodimus, direbbe Pietro Tabellione ferrarese del X° secolo — corrispondente al-l’area del Palazzo Universitario e delle case Niccolini e Costantini ex Bottoni.
Del resto, qualche rilievo sul luogo ce ne può persuadere anche meglio. Il Palazzo del Paradiso, costruito sul finire del XIV0 secolo dal March. Alberto d’Este per suo diporto ed anche per albergarvi la diletta del suo cuore Isotta Albaresani, era, in origine, una specie di delizia, provvista perciò di ampio giardino e creato in quella parte della città antica nella quale poteva esservi spazio sufficiente per un importante e sontuoso edificio. Anche le case retrostanti all’orto botanico e che fanno fronte a Via Romiti, in origine, erano adiacenze del palazzo del Paradiso ; comunque, il loro stile e una memoria rinvenuta nella casa del compianto Senatore Niccolini fanno fede che esse vennero costruite proprio sul finire del ‘300, cioè contemporaneamente al palazzo del Paradiso.
Prova, questa, che, sull’area dell’antica piazza, negli ultimi anni del ‘300 non doveva esserci niente o quasi, e cioè forse qualche cosa di rustico, per esempio, un orto e qualche trascurabile casetta venuta su, per così dire, per generazione spontanea.
Si tratta di un vasto quadrilatero giacente nei pressi della antica Gran Via di Ferrara e della succedanea via delle Volte, nel luogo centrale rispetto alla lunga striscia di case, di chiesette sorte nei secoli precedenti il 1000, e alquanto dopo, al di qua e lunghesso il Po.
Era la piazza della riunione dei due borghi primitivi detti superiore (più antico) corrispondente, a un di presso, al fondo Bagnolo e inferiore che comprendeva presso a poco, il fondo Tabernolo, destinati poi, intorno al 1000, ad accrescersi di altri borghi minori, come il Borgo Vado e il Borgo di Sotto e fuori le mura dei borghi della Pioppa, di S. Luca, di S. Giacomo ecc. Alla fine, anche S. Giorgio, il nobile centro di S. Giorgio figlio del Foro d’Alieno e padre di Ferrara, divenne anch’esso un borgo. Di questa formazione di Ferrara per stratificazione e per scissione è testimonio la stessa denominazione dei centri urbani: borgo, italianizzazione della voce germanica burg, importata, evidentemente, dai Longobardi. Ferrara, come noi la vediamo, assume rango di città, appunto, nell’ epoca longobarda, e tale fatto storico coincide e si afferma con la trasmigrazione del Vescovado, da Vicohabentia a Ferrara, avvenuta nel sec1 VII.
La divisione dei due borghi, superiore e inferiore, appare chiaramente data dalla antica strada romana della Rotta (Garibaldi) e dei Sabbioni (Mazzini-Saraceno). Di fatto, il Castrum Curtisiorum, o Castrum ferrariae si dice costrutto nel sec. XI sul fondo Tabernolo, al di là della strada Romana, che proseguiva, come ho potuto dimostrare nel mio studio Via delle Volte, in Via Fondo Banchetto. E tale Via Fondo Banchetto, si chiamava, un tempo non solo strada di S. Martino, ma anche — come appare dalla Pianta del Bolzoni — Via di fondo Bagolo. Bagolo potrebbe essere una variazione di Bagnolo, cioè strada che adduce al fondo Bagnolo.

La’ttuale aresa (in rosso) un tempo occupata dalla piazza.

Dette queste cose, come per contorno e chiarimento della tesi principale, aggiungerò che non pretendo di aver rivelato un documento peregrino: poiché, come sopra ho detto, esso è riportato dal Prisciani, dal Muratori e dal Frizzi.
Però, quest’ultimo, come suole, trascura questo argomento come tutti i problemi di Ferrara medioevale, e dell’importantissima parte che riguarda la piazza maggiore antica non fa rilievo alcuno.
Anche il Frizzi, come tutti gli storici nostri del passato, della primitiva Ferrara ha capito poco e niente. Pervaso di ironico disdegno per il medioevalismo in ogni sua manifestazione, non si è fermato su questa pagina di storia. Toccava a noi di far rilevare che un centro urbano doveva pur esserci, prima di quello odierno, cioè nell’epoca in cui 1’ odierna piazza del Mercato era semplicemente una Valle, cioè un tratto di terreno basso tra la strada romana e le antiche mura.
Sullo scorcio del sec. X fu costruita ivi la Chiesa di S. Romano e da allora la valle si chiamò col nome di questo Santo Martire.
Sul terreno della Valle di S. Romano ceduto dai Monaci al Capitolo di S. Giorgio con una permuta di beni, si cominciò a costruire il Duomo nel 1135 e con la posa delle sue fondamenta fu delimitata la nuova grande piazza e insieme, con gesto augurale e divinatorio, si gettarono le basi della nuova grande città di Ferrara.