I Catalani a Ferrara

I Catalani a Ferrara
Azzo VIII d’Este

Può capitare, leggendo le cronache ferraresi degli albori del ‘300, di imbattersi talvolta in laconici ed affrettati riferimenti alla presenza di un presidio di soldati catalani dei quali, ad un certo punto, la storia non parla più, quasi fossero svaniti nel nulla.
Ma chi erano e cosa ci facevano proprio qui, a Ferrara, dei soldati spagnoli e, per giunta, catalani?

Dalle ricerche compiute si sa che la Compagnia Catalana era formata da mercenari, per la maggior parte montanari e pastori di origine moresca-aragonese trasformati in combattenti professionisti (sec. XII), in formazioni irregolari di fanteria leggera. Leggero era anche il loro armamento: la lancia (coutell) tanto lunga da dover essere spezzata, per accorciarla, nei combattimenti corpo a corpo; alcuni giavellotti (azagaya) nel lancio dei quali erano dei veri specialisti ed una corta spada. Non usavano lo scudo, ma il loro copricapo era rinforzato da una retina d’acciaio. Una bisaccia di cuoio, portata a tracolla, contenente le vettovaglie, completava l’equipaggiamento. La loro origine pastorale era evidenziata dall’abbigliamento prevalentemente di cuoio: la corta tunica detta gonella (ma anche cassot o camisa) a cui sovrapponevano una casacca di pelliccia, mentre sugli arti inferiori indossavano lunghe ghette e sandali di canapa.
Erano detti Almogavari (dall’arabo Al-magawir = razziatore, predatore) ed i loro capi erano gli Aldalii (dall’arabo Al-dalil = guida). Furono al servizio dei sovrani d’Aragona, impiegati in Catalogna e nella guerra dei Vespri Siciliani (1282-1302). Disoccupati dopo la Pace di Caltabellotta (1302), un loro contingente combattè in Tracia, Macedonia e Tessaglia, un altro (quello a cui facciamo riferimento) fu al servizio del re di Napoli.
A Ferrara i Catalani li troviamo, per la prima volta quali guardie del corpo (1307-8), inviati da Carlo II di Valois, re di Napoli, per proteggere suo genero Azzo VIII d’Este, signore di Ferrara, da possibili attentati da parte dei fratelli Aldobrandino e Francesco e da violente contestazioni popolari riguardanti la successione nella Signoria della città e del territorio. Con la morte di Azzo (1308) i Catalani fecero ritorno a Napoli ed “i ferraresi ossequienti al testamento con il quale il principe aveva designato il nipote Folco come suo successore, essendo questi in tenerissima età, affidarono il governo della città a Fresco, figlio naturale del defunto principe. I marchesi Francesco ed Aldobrandino, che pretendevano fosse a loro dovuto il governo dei territori estensi, concertarono di abbattere gli usurpatori Folco e Fresco” (G.A. Facchini).

Ripresero quindi le lotte, ancor più cruente e feroci che portarono ovunque desolazione e morte, sconvolgendo la città che si trovò divisa in due parti occupate da fazioni contrapposte: una dai Veneziani (che avevano il caposaldo in Castel Tedaldo), l’altra dai Legati Apostolici (il cardinale Ainaud de Pelagrue ed il cappellano papale Onofrio de Trebis) protetti dalle milizie pontificie e ravennati. Annientato il contingente veneziano, “soffocata nel sangue ogni ribellione, puniti i sospetti, cacciati i ghibellini e bruciate le loro case” (Facchini), Ferrara torna sotto il dominio della Santa Sede.

Papa Clemente V, nato Bertrand de Got (Villandraut, 1264 – Roquemaure, 20 aprile 1314)

Nel 1312 Clemente V (primo papa avignonese), nell’illusione di poter instaurare finalmente in Ferrara una pace ed una stabilità durevoli, nomina Vicario pontificio per Ferrara, Roberto re di Napoli (succeduto intanto al padre Carlo II). Questi invia una pletora di ministri, funzionari e burocrati capeggiati dal vicario reale Pino della Tosa, spalleggiati dalle truppe catalane al comando del cavaliere Diego de Larrat, già scudiero di Giacomo II d’Aragona.
Il primo atto di crudele ostilità nei confronti dei ferraresi fu la feroce ed insensata uccisione del marchese Francesco d’Este (1312) ingiustamente accusato di complotto. Fecero seguito cinque lunghi anni durante i quali i ferraresi  “furono terrorizzati dalle malvagità che ogni giorno venivano commesse, dissanguati dalle gravose gabelle e depredati dalle rapaci milizie del presidio, calpestati ed avviliti dai feroci governanti e dai mercenari catalani” (Facchini).
L’ostilità nei confronti dei napoletani giunse all’apice quando, il 22 luglio 1317, il Vicario Regio Pino della Tosa uccise un giovane della famiglia Bocchimpani. Scoppiò allora una generale sollevazione popolare, capeggiata da Nicolò e Vitaliano dei Pagani, che sfociò in una sanguinosa battaglia, nel centro della città, contro la guarnigione militare.

Ed “assumendo la sommossa proporzioni sempre più notevoli, i soldati catalani furono costretti ad asserragliarsi in Castel Tedaldo, ma non poterono resistere a lungo e si arresero il 5 agosto. Pare che i patti di resa prevedessero salva la vita degli assediati, ma i ferraresi li massacrarono senza eccezioni e saccheggiarono il castello distruggendolo” (L. Chiappini). Soltanto Diego de Larrat sfuggì all’ecatombe poiché alcuni giorni prima era partito per Napoli, per conferire con re Roberto.

Il 15 agosto i ferraresi acclamavano i marchesi d’Este, Rinaldo, Nicolò ed Obizzo, figli di Aldobrandino, nonché Azzo e Bertoldo figli di Francesco, signori di Ferrara e del suo territorio.

Paolo Sturla Avogadri