Il Monastero di San Romano – Sede della Civica Magistratura Ferrarese

Il Monastero di San Romano – Sede della Civica Magistratura Ferrarese

MARIO CALURA – Corriere Padano agosto 1937

A proposito del chiostrino di San Romano, torna opportuno qui riportare alcuni miei rilievi, fatti nello studio paziente e amoroso della fabbrica. Il porticato stesso fu ricostruito, al certo, nel secolo XV, sulla stessa area e con gli stessi materiali.

Ne assicurano:

A) L’altimetria del suolo, che, nel secolo XII era assai inferiore a quella del piano stradale odierno;

B) La finestra romanica otturata esistente sotto il chiostro, con evidente assurdità di ubicazione, poichè normalmente non si va ad aprire una finestra sotto un buio loggiato. Nel XII secolo doveva emergere al di sopra del tetto del chiostro;

C) La cornice quattrocentesca sotto la linea del tetto del chiostrino, evidente prova di rimaneggiamento;

D) La muratura raffazzonata dei pennacchi, degli archi, evidente prova di rabberciamento con mattoni vecchi;

E) In origine si trattava di quadriportico; nel secolo XV ne venne intrapresa la ricostruzione a grandi archi a pieno sesto. Sussiste tuttora un lato di tale ricostruzione, un altro lat è stato distrutto sostituendovi tardivamente un magazzino mercantile. Quanto agli altri due lati, ci si contentò di rifabbricarli coi vecchi materiali sul nuovo piano, appoggiandoli alla nuova costruzione. Tale rimaneggiamento generale del chiostro è contemporaneo al riedificamento mediante le quattrocentesche eleganti sopraelevazioni che tuttora vediamo.
Ciò che resta del campanile è romanico, e l’esame del corpo inferiore superstite lo accerta del tipo e dell’età della torre campanaria di San Gregorio; quindi, anche questa è opera dei benedettini fruttuariensi.

Nel 1254, il giorno della processione solenne della Beata Beatrice II d’Este, presenziò, con l’Abate di Pomposa e con altri, il Priore di san Romano. Prova, questa, che tutt’allora i Fruttuariensi tenevano il Cenobio. E questa è l’ultima memoria che a noi sia nota della presenza di questi monaci in san Romano.
Ma molte ragioni confortano a credere che essa sia durata fino alla metà circa del secolo XV, quando, decaduti i monasteri ed eretti in Commende date in beneficio ad illustri prelati (S. Romano fu commenda di Folce Estense) rimasero a custodire molte vetuste fondazioni monastiche soltanto uno o due monaci nella veste di rettori, col titolo priorale, e semi-secolarizzati.

Certo, nel ‘400, san Romano era ben lontano dall’importanza che godeva nel secolo XII. Richiamiamo qui l’investitura del 1188, di cui sopra è cenno in data 12 gennaio, riportata dal Muratori (Antichità Estensi, I 353), per la quale, Uguccione priore di san Romano concedeva l’avvocazia del suo monastero ad Obizzo marchese d’Este, rinnovandogli l’investitura della Casa […] praedictus Maschio, quae fuit quondam Guillelmi de Marchesella et Athalardi eius fratris et de eo quod quondam Guillelmus et Athalardus habuerunt per feudum a Sancto Romano in feudo Donorii et in pertinentia Villenovae.

Questa dimora è, per certo, il Palazzo di Corte ora Municipale, antica casa Adelardi di fronte al Duomo, già nella parrocchia di san Paolo. Si sa, di fatto, che Obizzo venuto, a Ferrara a raccogliere l’eredità degli Adelardi abitava sotto la Curia di san Paolo, Qui si stabilì, dove ormai si andava formando il nuovo centro cittadino. Dal secolo XVI fino alla soppressione, san Romano fu retta dai sacerdoti secolari, col titolo di priori-parroci.
Ormai la vita benedettina prosperava altrove, a san Benedetto.

Era opportuno fare un po’ di storia del più antico tra i cenobi di questa città, prima di discorrere di un’altra e specialissima sua gloria; quella di essere stato la sede, per circa un secolo della Civica Magistratura.
La primitiva sede del Comune, dalla metà circa del secolo XI fino ai primi del secolo XIII, ho avuto occasione di dimostrare , nel mio citato studio: Via delle Volte, essere stata il Castrum Ferrariae, il cosiddetto Castello dei Cortesi, che sorgeva un tempo presso la riva del Po, tra la via Grande e le vie Fondobanchetto, Coperta e Ghisiglieri. Era quella allora, la regione nobile della città nella quale e intonro alla quale tendevano a raggrupparsi le più potenti famiglie.

Ma poi col sorgere della Cattedrale, con l’inaugurarsi del primato di Casa d’Este, il centro si spostò e si ridusse intorno al magnifico tempio, presso la sede nuova del Vescovo e della prosapia Estense, recatasi ad abitare come vedremmo nella casa Adelarda, che ottenne in investitura dal priore di san Romano. Nel largo spazio rimasto tra san Romano e il Duomo, lungo il percorso della via Romana, trovò il posto il centro degli affari della vita cittadina, il mercato.
Mancando il Comune (rappresentato prima dai Consoli o dai Podestà nel breve periodo ghibellino poi dal Magistrato dei Savi) mancando dico, di una sede proprio in questa novissima regio dominantium, si allocò per le sue sedute, dapprima nel Palazzo Vescovile.
Ce lo troviamo, ancora, nel 1321. Così si esprime un verbale del berativo di quest’anno: Datum Ferrariae, in episcopali Palatio, in camera ubi (Sapientes) consueti sunt agregari. Nel 1371 li notiamo riuniti invece, in Contracto Sancti Michaelis, forse nella sede della Masseria.
Dal 1379 al 1451 le deliberazioni risultano costantemente prese in san Romano e, come dice il Frizzi (vol. II pag. 225 e seg.) presso il chiostro di quello allor Monastero, ora Casa Priorale.
Nel 21 ottobre di detto anno 1451, Agostino Ville giudice e i XII Savi deliberano di ampliare la loro residenza con la compera di parte della casa di Bartolomeo Bruno, cioè di una camera a pianterreno juxia viam publicam uno capite, allo capite in claustrum Sanctii Romani, uno latere Magistrum Antonium a Peuna cultrarium, allo latere Offitium dictorum XII sapientium…

Stando a tale descrizione, da un capo, la stanza compravenduta confinava col chiostro e dall’altra con la via pubblica. Ciò farebbe pensare che al monastero fosse, anche a quei tempi, addossata una casa privata e botteghe, tra le quali una di coltellinaio, classica specialità di via san Romano.

Questa residenza era composta di molte stanze. In una pergamena posseduta dal Frizzi e da lui ricordata si diceva: <<In Camera Monasterii Sancti Romani, posita a parte superiori, in qua supradicti Domini Iudices et sapientes faciunt residentiam.>>
Nelle stanze vicine si raccoglievano gli altri uffici pubblici; come quelli dell’Equivalenza (Pesi e Misure) e dell’Abbondanza (Annona).
Si trovano, pure ricordati dal Frizzi, vari pagamenti fatti ai priori di san Romano per affitto.

Tutte le deliberazioni che riguardavano la cosa pubblica venivano prese dal Magistrato in questa sua residenza; ma le più solenni venivano stabilite alla presenza del Consiglio e del Popolo, pubblicate dal Banditore dal balcone del Palazzo della Ragione. Mancando Ferrara di un vero e proprio palazzo Comunale, quello della Ragion Comune lo sostituiva per la parte ufficiale e solenne.
Negli Statuti la formula delle deliberazioni così si chiude:
<<Lecta et publicata fuit praedicta provisio par me N N notarium et lata et pronunciata fuit per praefatis Dominum N N Judicem Sapientum et Sapientes sedentem pro Tribunali in Palatio Communis Ferrariae ubi jus redditur in pleno et generali Consilio, congregato per sonum campanae et corum et voce bamaltoris, etc.>>

Il Palazzo della Ragione (Ove si rende giustizia) viene, dunque, riconosciuto ufficialmente anche come Palazzo del Comune di Ferrara. E ben giustamente; esso era il solo e vero Palazzo Pubblico di questa città. Poichè dopo la secolare abbiezione per la generosità onnipresente del Duce, per illuminato volere di S. E. Italo Balbo, per particolari provvide fatiche del Federale Lino Balbo e del nostro benemerito Podestà gr. uff. Renzo Ravenna, si profila in questi giorni la resurrezione della Piazza Grande, ci sia lecito esprimere il voto che il Palazzo della Ragione, antica sede di rappresentanza del Comune, riprenda il suo trecentesco aspetto, che san Romano, sacra ai civici fasti, ritorni Chiesa, luogo di riposo per i Caduti della rivoluzione fascista, le cui tombe siano custodite dalla vigile ed orante presenza dei monaci benedettini, restituiti, finalmente, allo sconsacrato Cenobio.

Ci sia lecito di nutrire fiducia che il fiero serto turrito del nostro Foro, risollevato alla gloria del sole, richiami i cittadini allo spirito maschio ed austero che fu dei Padri e che è degno dell’ora che volge.