Il Palazzo dei Diamanti (parte 1)

Il Palazzo dei Diamanti (parte 1)

INTRODUZIONE

Il palazzo dei Diamanti è oggi una tra le principali attrazioni turistiche della città di Ferrara, un luogo carico di storia (e di storie) che, per lo splendore e la particolarità della sua struttura, viene considerato tra le principali e più rappresentative costruzioni del Rinascimento Italiano. Il palazzo è ubicato in Corso Ercole I d’Este, la via che meglio rappresenta la storia della città, punto di congiunzione fra l’epoca medievale e quella rinascimentale.
Una domanda che tanti si pongono è questa, perché si chiama “palazzo dei Diamanti” ? Il nome stesso attribuito al palazzo costituisce un omaggio al duca Ercole I, promotore del raddoppio della città, come vedremo, che proprio sul suo stemma esibiva il simbolo del diamante. Da qui probabilmente deriva il nome del palazzo. In realtà c’è un altro motivo per cui il palazzo si chiama “dei Diamanti” e lo vedremo più avanti nell’articolo. Per fare chiarezza al lettore è opportuno però cominciare la storia dall’inizio, a quando il ducato di Ferrara era governato da Ercole I d’Este.

Addizione di Ercole I detta appunto “erculea”

GLI INIZI DEL PALAZZO

Data di inizio della costruzione del palazzo di Sigismondo d’Este (1433-1507), fratello del duca Ercole I, è l’agosto 1492, anno in cui vennero iniziati i lavori della cosiddetta Addizione erculea, un opera che doveva esaltare il prestigio della corte estense e metterla in competizione con le più importanti corti europee.
L’elenco dei terreni lottizzati dal duca Ercole I, per tale opera, nel febbraio 1493, comprendente anche il palazzo di messer Sigismondo (come si legge dal CALEFFINI, Cronica, 1471-94), induce a spostare di almeno alcuni mesi in avanti la data di inizio dei lavori. La data 1493 è confermata, del resto, da un rogito del notaio Bonomelli dello stesso anno (ZACCARINI, Passeggiate, III, 1919 – p. 49) che registra un contratto tra Sigismondo d’Este e certi maestri fornaciai.
Sulla questione di inizio di costruzione del palazzo c’è la testimonianza di un modenese, Jacopino de’ Bianchi detto De’ Lancellotti (1507-1554), uomo di notevole e varia cultura, il quale nelle sue Cronache scrisse di aver visto a Ferrara nel 1496, e non nel 1493 (CAMPORI, Architetti, 1883), il palazzo di Sigismondo « molto alto e le fazade ascharpada de fora a malmora e diamanti» (AGNELLI, Porte, 1909). Questo punto ancora oggi rimane un mistero.
Ma andiamo avanti.

Quale che sia la data, i lavori al palazzo di Sigismondo vennero iniziati dall’architetto di corte Biagio Rossetti (1447-1516); a partire dal 1486 iniziò a collaborare con il Rossetti Gabriele Frisoni, un tagliapietra originario di Mantova, arrivato nella città estense l’anno prima. I due lavoreranno al completamento del palazzo fino al 1503; in quell’anno sia il Rossetti che il Frisoni lasciarono l’incarico, sostituiti da Cristoforo da Milano e da Girolamo da Pasino. Nonostante un primo parziale completamento, l’edificio rimase incompiuto per buona parte del Cinquecento. Non dimentichiamo che in questo periodo, ancora splendido per la città, vissero o soggiornarono per breve tempo, sia grandi artisti, come Dosso Dossi, Garofalo e Michelangelo, che letterati del calibro di Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto (che proprio a Ferrara completerà l’opera Orlando furioso) e Torquato Tasso.
Ma torniamo al palazzo.

LUIGI D’ESTE E IL BUGNATO

I lavori di completamento ripresero solamente nel 1567 per volontà del cardinale Luigi d’Este (1538-1586) a cui il padre Ercole II aveva lasciato in eredità il palazzo e i mezzi per completarlo.
Galasso Alghisi, noto anche come Galeazzo da Carpi (1523-1573), architetto al servizio di Ercole II e successivamente di Alfonso II, opererà al rifacimento tardo cinquecentesco del palazzo, inserendo il fascione in laterizio che corona il palazzo, il balconcino d’angolo e la forma e disposizione delle finestre in facciata.

L’intervento più importante voluto da Luigi d’Este riguarda il rivestimento esterno della facciata che, di fatto, da il nome all’edificio. Venne realizzato con il bugnato a punta di diamante che, come si può vedere oggi, ne decora le due facciate prospicienti, sul lato est Ercole I d’Este, e su quello nord Corso Biagio Rossetti (anticamente chiamata via di san Benedetto o dei Prioni).
Sulla decorazione a bugnato, nella tradizione ferrarese, esiste una misteriosa leggenda che cercherò brevemente di approfondire. Si racconta che tra i circa 8.500 blocchi di marmo uno solo contenga un autentico diamante nascosto da Ercole I d’Este, forse lo stesso della sua corona. A conoscere l’esatta ubicazione di questo presunto diamante sarebbero stati solo il duca e il capomastro incaricato. Secondo la tradizione il duca, preoccupato dal capomastro che come lui conosceva il segreto, lo fece convocare, gli fece mozzare la lingua e accecare gli occhi, occultando per sempre l’esatta posizione del diamante.
Apparentemente però la vicenda non ha tanto di misterioso.
Tuttavia la spiegazione riguardo a questo diamante può essere interpretata in un altro modo.
L’intervento urbanistico promosso da Ercole I sulla città, come ho già detto, prese il nome di “addizione erculea”. Scopo di questo intervento era ingentilire le antiche costruzioni medievali ma soprattutto “ridisegnare” il volto della città.

Per prevenirne l’espansione casuale il duca volle che spazi vecchi e nuovi fossero oggetto di attento studio e valutazione. A tal proposito coinvolse decine di architetti, geometri e persino studiosi di scienze occulte e astrologi. La pianta cittadina, se la si osserva, è infatti un pentagono perfetto di strade che si allontanano dal Castello e in questo lo stesso palazzo dei Diamanti pare sia stato posizionato con attenti e precisi canoni in un punto particolare, come ad indicare qualcosa che rispecchiasse l’armonia della natura e l’influenza degli astri.
Chissà, forse proprio il leggendario diamante nascosto?
È una ipotesi ancora tutta da verificare.