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La chiesa di Santa Croce, distrutta da un incendio

La chiesa di Santa Croce, distrutta da un incendio
Tracce dell’abside della chiesa

di Giorgio Franceschini

In via Croce Bianca (già via Quaglia e, anticamente, di S. Croce) a pochi passi da via Capo delle Volte si nota un rientramento rispetto all’allineamento delle case: un insignificante muro, sul quale si aprono quattro finestre con inferriata e un portone è tutto quanto resta della facciata dell’antica chiesa parrocchiale di S. Croce.
Il frontone – assai basso – è a cuspide ma non è chiaro se questo aspetto derivi semplicemente dalle due falde del tetto dell’edificio retrostante o se tale sia stato anche in antico (Eugenio Righini, ai primi del secolo, notò, infatti, che «quella che doveva essere la facciata della chiesetta di Croce, al n. 41 di via Quaglia, conserva soltanto nelle due inclinate di sommità una modestissima cornice di mattoni di sbieco senza modiglioni»; il quale cornicione ora più non esiste, mentre si nota che la parte superiore del frontone e di recente costruzione). In Via Vegri, di fronte al cn. 29, un arco semplice a cotti gira nella parte superiore della facciata sino al tetto e posa su due mensole di cotto, poste agli angoli laterali sporgenti della porta: è l’unico elemento ornamentale rimasto del prospetto absidale della chiesa.
Oggi tutto lo spazio tra le due strade – sul quale sorgeva S. Croce – è occupato da un piccolo opificio, vuoto, di proprietà Manfredini.

Quasi novecento anni di storia gravano su questi resti della chiesa che sorse attorno al 1090, al tempo del Vescovo Guido Aretino, per iniziativa dei Giocoli e che, come racconta il Medri «… accolse per secoli le preghiere degli Aldighieri, vi aleggia il nome di Dante e vi piegò la fronte a Dio la giovanetta che fu sposa di Cacciaguida degli Elisei, la celebre Donna di Val di Pado …». Pochi ricordi ci restano dei tempi più antichi: nel 1278 il Rettore di S. Croce partecipò alla costituzione della Congregazione dei parroci urbani; il 10 giugno 1435 il Beato Giovanni da Tossignano, in visita pastorale, celebrò la messa e predicò al popolo in S. Croce, retta da Don Alberto Spocrati (si è conservato il lungo inventario degli oggetti sacri esistenti al momento della visita, redatto dal Notaio Martino Schivetti).

La pianta della chiesa tratta dal Barotti

Nel 1580 Papa Gregorio XIII ridusse S. Croce a beneficio semplice, soppresse la parrocchia e affidò le anime alla vicina chiesa di Ognisanti; l’edificio venne poi affidato al Seminario di S. Giustina. A sua volta il Seminario concesse S. Croce, con la forma del livello, alla Congregazione dei lavoranti dei calzolai, che eressero un altare a S. Aniano loro protettore. Nel 1608, il rettore titolare di S. Croce, Conte Ottavio Estense Tassoni, si prese cura della chiesa ridotta in stato pietoso e in parte diroccata; una lapidina, posta sopra la porta, ricordava appunto che «Octavius Tassonus rector sacram hanc aedem vetustate collabentem a fundamentis instauravit anno Domini MDCVIII».

La Congregazione rimase in S. Croce sino al 1753, anno in cui l’Arcivescovo di Ferrara Card. Marcello Crescenzi assegnò la chiesa a un gruppo di frati stranieri detti «della penitenza o di Gesù Nazzareno». Questi frati, comparsi poco prima a Ferrara, erano stati ospitati, al loro arrivo, in una casetta a lato dell’Oratorio del Moraro in via Borgo Vado: «… del tutto laceri (citiamo ancora il Medri) anche nel crudo inverno, vestivano una tonaca di ruvido bigello di lana sulla nuda carne, con un misero cappuccio, cinti i fianchi d’un cordone turchino. Cominciarono a questurare alle porte, non potendo portare seco che quanto bisognava per il vitto quotidiano, né potevano entrare in nessuna casa, se non per assistere i moribondi. Erano in tredici, tutti laici, quasi tutti spagnoli, alcuni francesi e un trentino. Il loro capo e fondatore si chiamava Fra’ Idelfonso Varela y Loyada di Salamanca…».
Nel 1769 il Varela morì in concetto di santità e gli Scalzetti si trasferirono, portando con loro i resti del Varela, in S. Apollinare in via Ghisiglieri. S. Croce venne chiusa e lasciata in uno squallido abbandono; caddero, così nell’oblio i sepolcri delle antiche e potenti famiglie dei Giocolo e dei Fontani: di Linguetta Giocolo già Console di Ferrara, di Almerico Giocolo che armeggiò per sottrarre Marchesella Adelardi ai Salinguerra e favorirne le nozze con Azzo VI d’Este, di Filippo Fontani Vescovo di Ferrara e Ravenna, di Ubaldino Fontani vittima della repressione seguita ad una congiura contro il Marchese Obizzo.
Probabilmente fu determinante per tale abbandono la mancanza di pregi artistici della chiesetta: ci tramanda lo Scalabrini che S. Croce «non aveva cosa di rimarco, eccetto tre figure credute del Bastarolo» e il Barotti aggiunse che vi si trovava anche «una statua assai poco lodevole d’un Salvatore che porta la Croce e una Madonna a mezzorilievo di stucco».

Alla fine del ‘700, con l’arrivo dei francesi la chiesa (che aveva una unica navata con un altare centrale e due laterali) venne venduta e ridotta prima ad osteria e poi a magazzino di paglia e fieno. Nella notte del 3 ottobre 1840 un improvviso incendio concluse irrimediabilmente la lunghissima esistenza di S. Croce.