La leggenda del Mago Chiozzino

La leggenda del Mago Chiozzino

Ferrara è una città ricca di leggende che riguardano sia il centro storico, sia il suo territorio. Fiumi, corsi d’acqua, paludi, pianure ricoperte di nebbia, tutto questo ben si è prestato a far nascere racconti e credenze popolari legate al mondo del mistero. Tra queste storie c’è ne una, che pochi conoscono, molto interessante: la leggenda del Chiozzino.

L’area detta appunto del Chiozzino, situata sul lato meridionale della città, è quella oggi compresa tra la via Ripagrande a nord, Piangipane a sud, Boccacanale di Santo Stefano ad ovest e vicolo del Chiozzino ad est.

La nostra storia inizia da uno  stimato ingegnere idraulico di nome Bartolomeo di Antonio Chiozzi, più noto col nome di Chiozzino. Mantovano di nascita, vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, dopo essere diventato ingegnere idraulico si trasferì a Ferrara, dove svolse la professione. La sua fama di ingegnere si consolidò tantissimo e Bartolomeo legò il suo nome ad opere importanti; d’altra parte la vicinanza del fiume Po e dei suoi bracci secondari, necessitavano di una continua supervisione e di molti lavori di contenimento per evitare disastri naturali.
Nell’area del Chiozzino, dove scorreva uno dei bracci del Po, proprio sulla Ripagrande esisteva un grande e sfarzoso palazzo fatto erigere dai nobili Palmiroli che divenne poi l’abitazione del Chiozzi. Su casa di Ripagrande e sul tetro vicolo adiacente, secondo le credenze popolari, si diceva fossero frequentati dal diavolo e dalle streghe. Divenuto padrone del palazzo, il Chiozzi  sposò nel 1706 la bella Cecilia Camilli. Sul nuovo inquilino di Palazzo Palmiroli cominciarono a circolare strane voci e dicerie; la stranezza e l’eccentricità del personaggio e la sua bravura straordinaria, contribuirono a cucirgli addosso un vestito demoniaco.

«Si vuole che Urlone abitasse già in Barco e vi si facesse sentire, specie nelle notti tempestose, anni e secol prima che il cabalista e astrologo Chiozzini si trasferisse dalla nativa Mantova a Ferrara, comprando, per andarci a stare con la famiglia, palazzo Palmiroli in Ripagrande, dietro il ramparo di Piangipane».

E veniamo alla leggenda…
Un giorno, durante uno scavo in cantina, Bartolomeo trovò in una cassetta un libro con delle formule di stregoneria e con i rituali per invocare il demonio. A questo punto le versioni differiscono tra loro per alcuni particolari, ma in generale avvenne più o meno quanto segue. Il Chiozzi invocò quindi il signore delle tenebre che si materializzò nella figura di un servitore di nome Fedele e di cognome Magrino, meglio conosciuto con il nome di Urlone del Barco.

«E qui il Chiozzini diventò anche mago, scavando in cantina, dove trovò una cassetta con dentro il libro degli incanti, e la formola per chiamare il diavolo … un omiciattolo … storto, sbilenco da tutte le parti, panciuto su gambette esili, di pelo rosso che gli mangiava la fronte, rinselvava gli occhi volpini, riempiva gli orecchi».

«Onore, gloria, passioni, soddisfazioni, nemici, ricchezze … tutto avrai da me purché tu divenga mio amico e ti lasci interamente da me condurre. Io vestirò forma umana, assumerò la qualità di tuo domestico e ti servirò fedelmente in tutto quanto da me vorrai» gli avrebbe detto Magrino dopo essere stato invocato (cfr Ugo Quaglio, Bartolomeo Chiozzi e la sua leggenda). Il diavolo prese così a seguire l’ingegnere in tutti i suoi spostamenti per tanti anni fino a che, questi, si stancò.

Un giorno del «14 agosto 1717 direttosi il Chiozzi verso la Chiesa di San Domenico» gli venne una grande voglia di entrare all’interno. Ma come fare dal momento che il demonio glielo avrebbe di certo impedito? «Finse egli [Bartolomeo] essersi scordata la scatola … disse: Fedele! Vammi a prendere la Tabacchiera!». Il servo obbedì e Bartolomeo entrò in chiesa senza problemi. Quando il servo tornò, vide il padrone che era stato accolto con grande favore dai frati domenicani e cominciò a sbraitare e inveire contro di essi.
Dopo essersi trasformato in un mostro dalle zampe caprine e dagli occhi rossi cercò allora di entrare ma uno dei religiosi, prontamente, gli buttò addosso dell’acqua benedetta.

Per rabbia il diavolo diede un calcio al pilastro di destra dell’entrata, segno questo visibile ancora oggi.
Il Chiozzi riuscì finalmente a liberarsi dello scomodo fardello e Magrino fuggì nelle boscaglie del Barco, dove continuò a farsi sentire per molto tempo, con urla e versi terrorizzanti. Il palazzo, dopo la morte dell’ingegnere, continuò a rimanere al centro di misteriose dicerie. Per queste voci rimase sfitto a lungo, come se il maligno si fosse vendicato dell’affronto subito. Nel 1910, non riuscendo a trovare nessun compratore, l’edificio venne adibito a stalla pubblica, ma i tanti rumori e l’angoscia dei cavalli che si imbizzarrivano come sferzati da fruste invisibili, fecero ben presto abbandonare anche questo progetto.

Oggi Palazzo Chiozzi ospita abitazioni e pochi uffici, ma per quei ferraresi che, di questo racconto ne hanno sentito parlare dai loro nonni, questo rimarrà sempre la casa del Mago Chiozzino, un uomo che si dedicò agli studi matematici ma che fatalmente rivolse le sue straordinarie cognizioni scientifiche alla magia e al sortilegio…