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La rivolta del 1385 a Ferrara

La rivolta del 1385 a Ferrara

Fu una, se non forse l’unica, rivolta violenta avvenuta nella città estense. In questo articolo, cari amici, andremo a raccontare questo drammatico evento, cercheremo di capire le cause che portarono a questa ribellione, come si svolse, i protagonisti e infine le conseguenze che ebbero sulla città. Buona lettura.

29 settembre 1385. Alberto d’Este, fratello di Niccolò II detto “lo Zoppo” (chiamato così a causa della gotta che lo afflisse), pone con una solenne cerimonia la prima pietra di quello che in seguito diverrà il simbolo della signoria Este e il monumento più visitato dai turisti, il Castelvecchio, anche chiamato Castello Estense. Tuttavia la costruzione del castello non fu inizialmente una dimostrazione dello sfarzo della signoria (lo diverrà in seguito) quanto più un luogo sicuro per la signoria da attacchi esterni ma soprattutto interni.
E qui, caro lettore, dobbiamo, metaforicamente parlando, riavvolgere il nastro della storia, e tornare indietro di circa quattro mesi da quel 29 settembre, quando nella città estense esplode una rivolta popolare. Per capire, però, i motivi che portarono a questa violenta insurrezione occorre innanzitutto cercare di comprendere la situazione politica e sociale nella Ferrara trecentesca.

Il XIV secolo a Ferrara fu distinto dalle aspre lotte dinastiche all’interno della signoria, la quale finivano spesso con il coinvolgere l’intera città, dato che le famiglie più forti già affermate e quelle che desideravano diventarlo, davano sostegno a colui che speravano prevalesse. Le lotte fra figli legittimi e naturali, fra fratelli e cugini erano continue, se poi aggiungiamo a questo un attività di governo accompagnata da scopi personali e di potere; inoltre ciascun contendente cercava alleanze esterne portando la città in uno stato di guerra. All’interno della signoria iniziò ad acquisire peso la cosiddetta politica dello sfarzo; si cominciarono a desiderare gli oggetti di lusso, le opere d’arte commissionate ai grandi pittori, le dimore principesche, insomma tutti quei mezzi attraverso cui manifestare la propria superiorità e ricchezza. Ma il lusso, e le guerre contro le città vicine, esigevano costi alti e per questo si cominciò a tassare il popolo con odiose gabelle, imposte e dazi.
Oltre alle tasse il popolo ferrarese, nel corso del Trecento, fu bersaglio di altre disgrazie. Le disastrose inondazioni del fiume Po (del 1362, 1365, 1369 e dello stesso 1385; particolarmente grave quella del 17 giugno 1365: «crebbe tanto il Po – è scritto nella Polyhistoriache affondò quasi tutto il Contado di Ferrara e si ruppe l’Argine Traversagno per tal modo, che venne l’acqua appresso la città»), le carestie e soprattutto la peste (quest’ultima aveva infatti falciato solo nel 1382 quasi un terzo della popolazione ferrarese).
Di questa situazione scrive lo storico Antonio Frizzi: « Ma un avvenimento de’ più strani e funesti ci richiama ora alla città nostra. Era assai tempo che il popolo ferrarese, quantunque sommesso e fido universalmente a’ suoi Principi, tuttavolta sentiva nel segreto dell’animo un gravissimo malcontento per cagion de’ pubblici pesi, che di giorno in giorno gli si accrescevano. La liberalità e la magnificenza, virtù connaturali della Casa d’Este, i moltiplici casi occorsi sotto il governo del March. Niccolò Zoppo di matrimoni, di passaggi e visite di Principi, e di guerre e confederazioni, le devastatrici inondazioni del Po degli AA. 1362. 1369 e 1385 le sterilità e carestie del 1369. 1370. 1374. e 1375 la pestilenza, le fortificazioni ed altre fabbriche, i viaggi, la compra de’ luoghi di Romagna, e più altre si fatte spese e disgrazie avevan posto que’ Principi nella necessità di aprirsi nuove sorgenti a ristorar il proprio erario, e quello del Comune» (Antonio Frizzi, Memorie per la Storia di Ferrara, Vol. III, pg. 368).
Che il governo, come abbiamo visto, risultasse assai pesante per la popolazione ferrarese, soprattutto se consideriamo quanto interferiva la politica tributaria su quella economica, tutto sommato attiva a Ferrara, è ampiamente dimostrato dal drammatico evento che ebbe luogo il 3 maggio 1385. Nella città estense scoppia una rivolta popolare. E qui conosciamo il primo protagonista della vicenda, Tommaso da Tortona, artefice, se vogliamo, della ribellione. Dopo una brillante carriera, divenne nel 1377 Giudice dei Savi e in seguito consigliere del marchesato in materia di tassazione, rigoroso nel perseguire una dura politica fiscale a vantaggio della famiglia signorile.
La causa che scatenò la rivolta fu la pubblicazione del nuovo estimo che preludeva un accrescimento della tassazione, aggiungendo ai precedenti un ulteriore motivo di malcontento. Già da diverso tempo a Ferrara il tema della ribellione aleggiava tra le persone (e di questo non furono estranei qualche esponente delle famiglie nobili e dei ceti borghesi), soggette a queste restrizioni e private di quegli strumenti per far udire la propria voce e far prevalere le proprie ragioni. Il 3 maggio del 1385, come fa notare ancora il Frizzi, « … un migliaio circa di persone si unì su la piazza e cominciò a gridar con furore: viva il Marchese e muoia Tommasin traditore» (Antonio Frizzi, Memorie per la Storia di Ferrara, Vol. III, pg. 370). L’odio quindi degli insorti si orientò subito contro il povero Giudice dei Savi, ma non come carica bensì come persona fisica. Sempre il Frizzi racconta: «… ai primi moti si rifugiò nella cancelleria di corte. Ma il popolo aumentato corse a quel luogo, e gettate le porte a terra, entrò inferocito per mettergli le mani addosso» (Antonio Frizzi, Memorie per la Storia di Ferrara, Vol. III, pg. 370).

Mentre i marchesi Niccolò ed Alberto cercarono in tutti i modi di prodigarsi per calmare l’ira della folla, i rivoltosi dapprima bruciarono le carte dell’ufficio ed i libri degli estimi al Cantone di San Romano (dal 1371 sede della magistratura dei Savi; a Ferrara infatti mancava un vero palazzo comunale), poi corsero alla casa del Tortona e degli altri gabellieri saccheggiandole e distruggendole. Verso sera i rivoltosi tornarono in piazza reclamando in maniera perentoria, sotto le finestre del palazzo marchionale, la consegna del gabelliere. La città era oramai nelle mani degli insorti, gli Estensi, avendo esaurito ogni mezzo di mediazione per sedare la rivolta, sentivano che la situazione era oramai fuori controllo. Anche il presidio armato dei Principi era troppo debole per rovesciare la situazione. Niccolò ebbe un unica via di salvezza. Dopo aver concesso al povero Tommaso il tempo di fare un ultima devota confessione ad un frate, lo consegnò alla folla inferocita. I cronisti dicono che non fu uno spettacolo piacevole quello occorso allo povero sventurato. Tortona venne malmenato, ucciso e infine il suo cadavere fatto a pezzi; alcuni vennero bruciati sul rogo assieme ai libri pubblici, altre parti issate su canne in segno di trionfo; non mancano però particolari ancora più macabri e orridi: gli intestini del disgraziato vennero dati da mangiare a uomini, cani ed uccelli. Racconta il Frizzi questi attimi: « … gli furono addosso in un momento i suoi nemici, e lo ridussero in minuti pezzi. Di questi poi con uncini e funi altri furono strascinati su le ceneri ancor fumanti de’ libri pubblici, altri fur portati in trionfo sopra le canne, una delle quali fu piantata fin sull’argine del Po a Francolino, e gli intestini fur mangiati dagli uomini, dai cani, e dagli uccelli» (Antonio Frizzi, Memorie per la Storia di Ferrara, Vol. III, pg. 371). Tortona quindi fu il “colpevole” principale della rivolta; e il marchese Niccolò?
I cronisti contemporanei gli contestano soltanto l’ingenuità di essersi fidato delle illusorie promesse del Tortona; quelli, invece, che scrissero negli anni dopo la rivolta contestano qualche ammissione di colpa della signoria. Per alcuni Niccolò II «fu il primo autore di molte male usanze a Ferrara», altri ne denunciano un livello di complicità mentre altri ancora, alla fine del XVII secolo, formularono l’ipotesi secondo cui «il popolo di Ferrara era molto indignato per le imposte emanate da Nicolò d’Este, di cui era stato esattore Tommaso da Tortona».

A questo punto della storia c’è un passaggio, seppure macabro, su cui è interessante far luce: l’esecuzione popolare del disgraziato gabelliere nella sua componente più orrenda. Al di là del fatto che la ricostruzione, descritta nelle righe precedenti, potrebbe essere stata in parte romanzata, cerchiamo soprattutto di analizzare nei suoi particolari le principali sequenze di questa esecuzione cercando di trovare alcuni segni simbolici.
La prima sequenza da analizzare è il ripetuto oltraggio al cadavere del povero Tortona. Ciò evoca la finalità simbolica di voler annientare la povera vittima, di cancellare per sempre il nemico designato dalla comunità. L’apice, però, di questo oltraggioso atto viene raggiunto nel rito antropofagico (cioè il mangiare carne umana) nei confronti del cadavere.
Tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’’Età Moderna, in Europa si assiste alla diffusione di numerosi vocazioni antropofagiche. In una società condizionata fortemente da crisi di sussistenza la fame ci da esempi di capi famiglia che uccidevano i propri figli per non vederli morire di stenti, oppure per mangiarli. Alcuni popoli mangiavano le carni del morto per poterne custodire il ricordo, altri popoli ancora mangiavano il nemico catturato in battaglia.
Anche Ferrara ci da spunti su questo argomento. Escludendo in questo caso il cannibalismo come carenza alimentare, l’atto assume un altro significato, cioè quello di infliggere la giusta condanna a colui che in vita si era a sua volta comportato da cannibale, “mangiando” i beni della comunità (la cosiddetta legge del contrappasso).
La seconda sequenza di questa azione è il fatto che l’esecuzione popolare avvenuta contro il Tortona ricalcava in maniera evidente quella delle esecuzioni capitali. Così facendo il popolo, sostituendosi al signore, sottraeva a questi la modalità della punizione da infliggere.
Il corpo del gabelliere come detto venne trascinato dal luogo dell’uccisione fino al Cantone di San Romano, dove venne poi bruciato; più o meno esattamente come i giustiziati il quale, prima del patibolo, subivano la gogna pubblica per le vie della città. Anche la manipolazione del cadavere era dimostrata per le esecuzioni capitali ufficiali: ai ladri la mutilazione, a banditi ed assassini lo squartamento e infine per reati sessuali o religiosi la pena era il rogo.
Le analogie si hanno anche per l’ultimo atto della morte del Tortona, ovvero l’esposizione ripetuta dei resti del condannato. Era prassi che i corpi dei giustiziati venissero tagliati in quattro parti, affisse alle porte d’entrata della città mentre la picca con la testa infilzata era posta di fronte all’edificio del potere. Una simile sorte toccò al Tortona, quando alcuni resti furono portati in trionfo su canne per essere esposti alla gente di Francolino, sull’argine del Po.

La rivolta contro i simboli del potere non fu un caso unico a Ferrara ma successe in altre città italiane. Una spiegazione di tanta turbolenza sociale va ricercata in generale nel secolo del quale stiamo parlando, il XIV, un secolo questo di recessione economica le cui revisioni fiscali da parte delle autorità, per cercare di arginare la crisi, facevano spesso scatenare conflitti. Ma il Trecento è anche il secolo in cui molte città passano dal regime comunale a quello signorile. Tumulti comparabili al caso di Ferrara si hanno a Parma e Pavia le cui rivolte viscontee hanno origine dalla pubblicazione di nuovi estimi penalizzanti per il popolo. Gli esempi più suggestivi, però, li abbiamo a Roma e a Firenze.

Cola di Rienzo

A Roma, secondo l’Anonimo Romano (testimone oculare della vicenda) si assiste alla parabola di Cola di Rienzo, prima acclamato tribuno del popolo poi selvaggiamente ucciso, e fatto a pezzi, dalla stesse gente romana quando il suo potere personale prese una deriva tirannica. A Firenze, un decennio prima, accadde qualcosa di simile. Gualtieri di Brienne, un nobile di origine francese, venne chiamato dai governanti della città preoccupati per la crisi economica in seguito al mancato rimborso dei prestiti fatti al re Edoardo III d’Inghilterra. Nominato podestà, impose drastiche misure economiche correttive che finirono per irritare i fiorentini (un po’ come accadde per il Tortona). Minacciato di morte rassegnò il potere e fuggì dalla città; tuttavia una sorte peggiore toccò ad alcuni consiglieri, esecutori della sua politica: uno venne denudato, ucciso e appeso per i piedi mentre l’altro (consigliere segreto del tiranno) subì la stessa sorte del Tortona a Ferrara.

Torniamo, caro lettore, alla rivolta di Ferrara. Cosa accadde in città dopo la brutale uccisione del Tortona? Indubbiamente Niccolò II rimase alquanto sconvolto e spaventato da quanto successe quel giorno. Il marchese non fu tanto ingenuo da credere che l’intera questione si fosse risolta con l’uccisione del povero Tortona; dovette pertanto correre ai ripari. La prima azione che fece fu di farsi vedere, il giorno dopo la ribellione, in giro per la città, assieme al fratello Alberto in atteggiamento sereno, sicuro e con poca scorta militare a seguito; come a dire che tutte le violenze del giorno prima era storia passata e che non interessavano il marchesato.
L’azione successiva adottata da Niccolò fu il ridimensionamento delle gabelle, motivo della rivolta. Il marchese intervenne sulle tasse, in particolare sui generi alimentari, alleggerendole. Per placare il malcontento la signoria non si limitò a piccoli ritocchi, anzi operò una radicale modifica al sistema fiscale: venne pubblicato un nuovo estimo, corretto e meno penalizzante per la popolazione, e venne rinnovata la magistratura del Giudice dei Savi.
Una volta sistemata la questione tasse, il marchese passò alla fase repressiva contro i ribelli: numerose furono le condanne a morte e le esecuzioni, sia nei pressi dell’Oratorio di San Crispino sia sulle sponde del Po. Molti furono decapitati, altri vennero trascinati a coda d’asino fino ad essere ridotti a pezzi, come era stato da loro fatto al povero Tortona. Infine l’ultimo atto voluto dal marchese: il castello. Niccolò, infatti, sapeva bene che il seme della rivolta sarebbe potuto nascere in un qualsiasi momento in città e sapeva inoltre che il palazzo in cui viveva con la propria famiglia non poteva garantire appieno la sicurezza. Pertanto fece chiamare un buon architetto, esperto in costruzioni difensive militari, Bartolino Ploti da Novara, e gli ordinò il progetto di un grande e solido castello costruito lungo le mura a nord della città (a cui poi venne collegato al palazzo signorile tramite la famosa Via Coperta).

Da questo momento il castello, i cui lavori furono resi possibili grazie anche ad un prestito di 25.000 ducati elargiti da Francesco I Gonzaga, signore di Mantova, divenne uno strumento di intimidazione e di potere della famiglia Este contro altre eventuali ribellioni popolari di libertà e riscossa, come quella avvenuta il 3 maggio del 1385.