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La triste fine di Alfonso II ultimo duca di Ferrara

La triste fine di Alfonso II ultimo duca di Ferrara

Dopo il suo ritorno a Ferrara dal pellegrinaggio alla Madonna della Ghiaia a Reggio, dove si era ammalato (18 ottobre 1597), le condizioni di salute di Alfonso II d’Este si erano notevolmente aggravate, tanto da essere dichiarato inguaribile. La sera del 26 perse la parola, ma non la vista e l’udito, pertanto, immoto ed impotente testimone, poteva rilevare quanto gli accadeva intorno.
Alle 5 del mattino del giorno successivo, entrarono in camera sua l’erede designato, Cesare d’Este di Montecchio, accompagnato da Ercole Mosti e, “sfilata da sotto il guanciale sopra cui aveva il Duca la testa una chiave et apersero una cassetta contigua al letto ove giaceva il mezzo cieco Alfonso”, indi prelevarono le altre chiavi necessarie per aprire gli armadi ed il forziere dal quale asportarono i sacchetti del denaro. Mentre Alfonso “languendo in agonia di morte riguardava il fatto ma non poteva parlare (. . .). Essendo levati i dannari, et spoliata la Camera, furono aperti li assi, et spalancati alli più vili servi di Corte, in potere de’ quali fu lasciato Alfonso, () non negandosi et entratta et visita a qualunque del popolo pareva”.
Venne anche il marchese Bartolomeo Malaspina di Villafranca il quale, “desiderando di vedere anco egli il Duca avanti spirasse”, deplorò aspramente lo stato in cui versava quel gran personaggio, nato da stirpe principesca, ispettato dai pontefici, onorato dai re e dagli imperatori, temuto per il suo valore persino dagli infedeli”… un Principe tale, è abbandonato da tutti et a questo modo si lascia morire?“: Alfonso lo udì, lo guardò e, stringendosi nelle spalle, quasi tentasse di dire “pazienza”, chiuse gli occhi e “spirò l ‘anima che fu il 27 di otiobrio l ‘anno predetto 1597 alle hore 22”.
La cronaca di Claudio Rondoni, ripresa da Filippo Rodi, prosegue ancora riportandoci le “crudezze che toccarono al cadavere” di Alfonso che, dopo essere stato “sbarato”, ossia aperto secondo le consuetudini e tolte le interiora, venne riempito di paglia “non trovandosi bambagia e stoppa“. Fu vestito dell’abito cerimoniale e, dopo solenni esequie, fu lasciato esposto il 28 e 29 nella cappella ducale. Ma, “stando quel corpo in quel loco senza guardia et in preda d’ogn’uno, veniva vílipeso, altri li menavano le mani per il volto, altri per la barba, altri senza rispetto alcuno lo vituperavano”.
La sera del 29, per farlo entrare nella cassa “tentarono di romperli gambe“, poi su una carrozza priva di croce, con il solo accompagnamento di due frati, qualche chierico e due staffieri, “fu condotto nel monasterio delle monache del Corpus Domini, il quale sopra terra fu posto in una legnaia di quelle madri et così lasciato, di modo che così hebbe fine la vita di Alfonso e la grandezza sua“. Il trasferimento del feretro era cadenzato da qualche mesto rintocco della campanella del convento, mentre tutte le campane della città salutavano festosamente l’elezione di Cesare d’Este a nuovo signore.

Soltanto il 24 gennaio seguente, “senza niuna sorte di cerimonie, come si sepelisse il più vil huomo del mondo fu sepolto il Duca Alfonso nel Convento del Corpus Domini” dove già riposavano l’ava Eleonora d’Aragona, i nonni Alfonso I e Lucrezia Borgia e suo padre Ercole Il.
Anche dopo morto, il povero Alfonso fu perseguitato dall’incomprensione degli uomini indifferenti alla sua smisurata brama di prestigio, di grandezza, di fasto. Dimenticarono perfino di incidere, accanto agli altri, quel nome che egli aveva sognato di vedere fregiato nientemeno che dal fatidico titolo di re (di Polonia)” (L. Chiappini).
Ma, anche se a quindici mesi dalla sua morte, le esequie funebri vennero celebrate in forma solenne nella Cattedrale di Modena il 12 gennaio 1599. La chiesa era gremita oltre l’inverosimile, l’aria era resa irrespirabile dal fumo acre di torce, ceri e candele, anche all’esterno c’era ”tanta gente che non si poteva dar lato per la strada” (G.B. Spaccini); “in questo modo si era proweduto inƒíne, in maniera dignitosa, alla memoria di Alfonso: il suo spirito poteva considerarsi placato” (A. Biondi).

Articolo di: Paolo Sturla Avogadri – 13 aprile 2004 –