Il Palazzo dei Diamanti (parte 2)

Facciamo un brevissimo riassunto della prima parte.

Il palazzo dei Diamanti, uno dei simboli di Ferrara, oltre al Castello e alla Cattedrale è oggi importante sede della Pinacoteca e di mostre d’arte temporanee. La costruzione del palazzo di Sigismondo d’Este, fratello di Ercole I, ebbe inizio nel 1492 parallelamente all’avvio della Addizione erculea ideata da Biagio Rossetti. Al di là della data d’inizio, i lavori al  palazzo vennero avviati dallo stesso Biagio Rossetti e da un collaboratore, un tagliapietre di Mantova, tale Gabriele Frisoni. Rimasto incompiuto, a partire dal 1567 venne completato con la facciata a bugnato che vediamo ancora oggi, uno stile voluto da Luigi d’Este.

Continuiamo il nostro racconto.

Cesare d’Este

Dopo la partenza di Luigi per Roma, il palazzo fu abitato in maniera discontinua dai vari componenti della casa d’Este fino all’avvento della devoluzione del 1597. In quello stesso anno, esattamente il 27 ottobre, moriva il duca Alfonso II d’Este (1533-1597). Secondo la Bolla pontificia Prohibitio alienandi et infeudandi civitates et loca Sanctae Romanae Ecclesiae, emanata nel 1567 da Papa Pio V, in caso di assenza di eredi legittimi, il ducato, quale antico feudo papale, sarebbe passato sotto la sovranità dello Stato Pontificio.

Essendo senza eredi il duca designò alla sua successione il cugino Cesare (1562-1628), figlio di Alfonso marchese di Montecchio (1527-1587), che entrò in possesso del palazzo. Nel periodo di Cesare furono decorati all’interno del palazzo i tre ambienti che si affacciano su corso Biagio Rossetti e che costituivano l’appartamento della moglie Virginia de’ Medici (1568-1615), figlia dell’’ex Granduca di Toscana Cosimo I de’Medici: i soffitti a cassettoni e i fregi della stanza matrimoniale e di quella del parto vennero decorati prevalentemente da Giulio Belloni mentre altri dipinti vennero realizzati su tela dai fratelli Carracci e da Gaspare Venturini.

Nel 1570 il grave terremoto che colpì la città provocò danni anche al palazzo.

Il periodo della Devoluzione e l’Ottocento

Francesco I d’Este

La nomina di Cesare come successore di Alfonso II venne riconosciuta dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo (1552-1612) ma non dal papa, Clemente VIII (1536-1605), nato Ippolito Aldobrandini, che si riappropriò della città. Il 28 gennaio 1598 il duca Cesare e la sua famiglia lasciarono la città, portando con sé carri colmi di arredi pregiati, per trasferirsi a Modena.
Essendo il palazzo un bene allodiale (cioè posseduto in piena proprietà e non ricevuto in concessione) della famiglia d’Este, non venne assoggettato alla Devoluzione del 1598.
Alla morte di Cesare gli successe il figlio Alfonso III d’Este (1591-1644), uomo acceso e impulsivo, che assunse il governo del ducato fino al 1629, anno in cui abdicò a favore del figlio Francesco I d’Este (1610-1658), per ritirasi fino alla morte in un convento di cappuccini. Nel 1641 il palazzo dei Diamanti venne  ceduto all’illustre famiglia dei marchesi Villa, in particolare a Guido I Villa, celebre capitano, il quale con la spesa aggiuntiva di 3.000 scudi fece realizzare, su progetto di Vincenzo Tassoni, le paraste (elementi architettonici verticali, SIN. pilastro)  del portale maggiore d’ingresso.

Il portale del palazzo

Della famiglia Villa abitarono il palazzo, oltre a Guido I, il figlio Ghiron Francesco (1613-1670) e Guido III, uomo erudito e di religione. Alla morte di quest’ultimo, nel 1808, il palazzo dei Diamanti rimase in gran parte disabitato; solo la sala nobiliare, al piano superiore, venne utilizzata come archivio- deposito da parte dei vari tribunali.
Nel 1836, volendo trovare un vasto e nobile fabbricato che in se potesse contenere la Pinacoteca (fino a quel momento situata in un ambiente del palazzo municipale) e un civico Ateneo, l’attenzione cadde verso il palazzo dei Diamanti. Il 30 settembre 1842 il palazzo fu alienato dai discendenti dei primi coeredi di Guido III Villa alla Comunità di Ferrara per 6.800 scudi. Diventato pubblico il palazzo si diede subito mano a non poche riparazioni, rimaneggiamenti e fattivi abbellimenti vistosi. Vi fu traslocata la Pinacoteca Comunale e vi fu stabilita, all’interno dell’’Ateneo, la scuola comunale d’ornato e quella teorico-pratica territoriale d’agraria al quale venne assegnato, per le lezioni di orticoltura, il grande orto annesso all’edificio.

La struttura del palazzo e le varie modifiche subite

Il palazzo che noi tutti oggi ammiriamo non è quello originario. Una questione dibattuta riguarda la datazione delle diverse parti del palazzo che, come sappiamo dalle testimonianze letterarie, rimase incompiuto a partire dal 1503 e fu ripreso negli anni successivi in due tappe.
Ad essere oggetto di discussione è soprattutto il rivestimento a bugnato. Secondo il FRIZZI, l’AVVENTI (Il Senatore, 1838) e il CITTADELLA il palazzo «era già in altra forma edificato da Sigismondo d’Este nel 1492; lo comprò il duca Ercole [II] per il … figlio Luigi, poi cardinale, e fu questi che nel 1567 cominciò a ridurlo alla presente figura (AVVENTI, Il Senatore, 1838)».
Per il CITTADELLA «il Frizzi equivocò nel dire che il palazzo fosse fatto così ridurre dagli eredi del cardinale Luigi, nel 1567, dovendo intendere tale riduzione soltanto riguardante l’interno perché dai testamenti stessi … vedesi medesimamente denominato “dei Diamanti” il che vuol dire che era così rivestito fin d’allora».

La ripresa dei lavori a partire dal 1567 sarebbe stata quindi determinante per l’aspetto della facciata, secondo alcuni non del tutto da attribuirsi al Rossetti. Secondo il MEDRI (Ferrara, 1953), infatti, «l’edificio ebbe dall’architetto Biagio Rossetti, che ne iniziò la costruzione intorno al 1492 (visto in precedenza, N.d.A.), forme alquanto diverse dall’attuale». A dirimere il problema interviene la constatazione, fatta nel corso dei rilievi, dell’’arretramento del paramento murario rispetto alla cornice, il che prova come il rivestimento marmoreo non possa essere stato un’aggiunta cinquecentesca non contemplata nel piano originario.

Al di là di questo interrogativo, ancora oggi non spiegato, c’è un altro aspetto legato al palazzo alquanto “misterioso” che vale la pena approfondire. Riguarda, una volta  varcato l’ingresso principale, il grande cortile interno.
Vediamo di che si tratta.

Il cortile del palazzo

Il cortile interno del palazzo, com’è noto, si presenta disposto lungo una direttrice che pur tagliando a metà l’ingresso, il pozzo e l’arco principale del muro di cinta, non coincide con la sua mezzeria Questo induce a pensare ad una originaria massa fabbricativa destinata a stabilire l’equilibrio volumetrico in quello spazio. Si può dedurre da questo che nel settore nord si trovasse una scala coperta oppure un ala del palazzo simile a quella di fronte.

Se spostiamo lo sguardo ed esaminiamo la parte sopra il loggiato principale (quello rivolto verso il portale d’entrata) notiamo a circa due terzi dell’’altezza un accenno di attacco di muro che partirebbe dall’arco ribassato posto all’estremità sinistra del loggiato.
Nella parte terminale di questo accenno sono visibili una serie di fori di travi posti in diagonale che farebbe presupporre un attacco di falda di tetto; una conferma di quanto detto la si può ottenere immaginando l’arco ribassato a sinistra inglobato in questo corpo mancante da cui ne uscirebbe un colonnato formato da sette archi. Da questo si evince che il muro dell’’ala nord non sarebbe stato altro che una parete divisoria. Ad avvalorare questa tesi  è la constatazione dei fori che attraversano la parete per un tratto molto esteso corrispondenti a teste di incastro di travi (spessore 40 cm) che incontrerebbero l’intersezione del presunto muro e del tetto. Ammettendo l’esistenza di un ala nord analoga all’ala sud (tutto quello scritto si basa su delle ipotesi), è lecito dedurre che in un imprecisato momento questo corpo mancante abbia subito un deperimento della struttura ,o sia andato in rovina, tale da richiederne una totale trasformazione; questa ipotesi troverebbe conferma nelle cronache del 1567 che menzionano un parziale rimaneggiamento dell’’edificio voluto da Luigi d’Este.
In questo contesto si inserisce il mistero riguardante i fori e la presunta scala posta all’interno. In caso di crollo del corpo mancante dell’ala nord, il presunto architetto incaricato di risolvere il problema si sarebbe trovato di fronte al dilemma di trasformare il muro dell’’ala nord da divisorio in portante.

Soluzione del nostro presunto architetto sarebbe stato quello di accostare a questo muro la famosa scala. Ed ecco quindi spiegato il motivo dei fori sulla parte oggi visibili.

Al di la di questo, se effettivamente sia esistito o meno un corpo mancante nel lato nord del cortile ciò spiegherebbe anche la presenza di un arco, oggi inglobato nel muro di cinta, eretto nel 1630, posto sul lato ovest del cortile. Questo arco risulta essere asimmetrico rispetto al grande arco centrale e ai quattro laterali; mentre due di questi si trovano a sinistra dell’’arco centrale, sulla destra se ne vedono tre di cui l’ultimo murato.

Se nel 1630 fosse stata ancora in piedi l’ala nord completa del corpo mancante questo arco non avrebbe potuto esserci. Si può quindi ipotizzare che la presunta scala avrebbe occupato la medesima larghezza dell’’ala, come testimoniato oggi dai resti dell’’attacco in marmo sporgente verso l’esterno.

Insomma, concludendo, è davvero possibile che sia esistito un corpo mancante in “aggiunta”all’ala nord? Non lo sapremo mai, anche perché le affermazioni esposte precedentemente si basano solamente su ipotesi; non esistono infatti disegni o descrizioni riguardanti l’ala nord del palazzo all’inizio del Cinquecento. Rimangono oggi in bella vista, all’osservatore attento ai particolari, solamente i fori nella parete e i resti  dell’’attacco in marmo nel muro di cinta.

Oggi il Palazzo, assieme al Castello e alla Cattedrale, è uno dei luoghi più visitati dai turisti che vogliono ammirare le opere dei grandi maestri della scuola ferrarese, quali Ercole de’ Roberti, Cosmè Tura, Garofalo, Dosso Dossi. Oltre alla Pinacoteca Nazionale, a partire dal 1992, il palazzo ospita anche, nella Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, mostre temporanee di alto livello riguardanti in particolare pittori di varie scuole,  e di varie epoche, e autori di opere letterarie.

Emblematica l’immagine del Palazzo regalataci dal poeta Giosuè Carducci:

« Lampeggia, palazzo spirtal de’dïamanti,
e tu, fatta ad accôrre sol poeti e duchesse,
o porta de’ Sacrati, sorridi nel florido arco! »
(Giosuè Carducci, Alla città di Ferrara)

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