Jump on the link

Per oltre mille anni S. Giustina fu parrocchia, seminario, orfanotrofio, monastero

Per oltre mille anni S. Giustina fu parrocchia, seminario, orfanotrofio, monastero

di Giorgio Franceschini

In Santa Giustina (in fondo a Via Garibaldi, al civico numero 4 della Piazzetta Cortebella) tutte le mattine, alle 7.30, si celebra la Messa (e la notte di Natale la chiesa è piena di gente che, arriva da tutte le parti della città). Finita la Messa, il portone viene chiuso e sino al giorno dopo non c’è più nulla da fare per chi desidera visitare l’antichissima chiesa parrocchiale. O, meglio, non resta che ricorrere alla cortesia delle Suore Agostiniane e chiedere, in via eccezionale, il permesso di visitare il sacro edificio. Il che ho fatto – alcuni giorni fa – con il felice esito di essere accompagnato, nella visita, dalla Madre Badessa Suor Maria Beatrice Marighelli e dalla Vicaria Suor Maria Pia Tasin, gentilissime e assai comprensive per le esigenze … dei collaboratori e, quindi dei lettori della «Voce». Sono entrato così, per la prima volta, in Santa Giustina, bella, aggraziata e suggestiva per i ricordi che sa suscitare (S. Giustina e S. Agnese – l’abbiamo già detto un’altra volta – sono le uniche due chiese della città che furono parrocchiali e non vennero distrutte o chiuse definitivamente al culto).
Su questa chiesa – se non erro – non si è scritto molto, anche nei tempi recenti: bisogna risalire a certi articoli del Melchiori e del Tibertelli De Pisis sulla stampa locale di mezzo secolo fa; l’unico studio contemporaneo che cita abbondantemente S. Giustina è quello del 1958, frutto delle ricerche di Mons. Giulio Bettini sull’origine del nostro Santuario. Nell’800 (narra il Guarini) sotto il pontificato di Leone III venne dunque eretta nel quartiere di Castel Tedaldo, a poca distanza da S. Biagio e da San Marco, una chiesa con annesso monastero; il complesso venne posto alle dipendenze dell’illustre cenobio benedettino di Santa Giustina in Padova (sorto nella prima metà del 700) e fu così dedicato alla Santa Martire padovana. Registriamo qualche data significativa per la storia più antica di Santa Giustina:
1272: Antonio, priore di S. Giustina, e i priori di S. Agnese, S. Romano, S. Maria in Vado, S. Nicolò e San Giovanni vecchio sottoscrivono un memoriale in difesa del cataro Armanno Pungilupo, processato per eresia.
1278: Il Parroco di S. Giustina partecipa alla costituzione della Congregazione dei Parroci Urbani.
1435 (6luglio): Il Beato Giovanni da Tossignano, Vescovo di Ferrara, visita la chiesa retta da Don Jacopo di Riva.

Nell’agosto 1583 morì il parroco Don Battista Containi. Il Vescovo Paolo Leoni colse l’occasione per chiedere ed ottenere dal Papa Gregorio XII l’autorizzazione ad istituire, presso il monastero e l’ospedale di S. Giustina, un Seminario; ciò in ottemperanza alle costituzioni del Concilio di Trento. La Parrocchia venne pertanto soppressa, le le anime affidate parte a S. Biagio e parte a S. Maria Nuova e il beneficio – consistente in rendite di case, terreni e livelli entro e fuori della città – venne evoluto alla nuova istituzione. Il Seminario aprì i battenti il 22 luglio 1584, raccogliendo 14 giovinetti vestiti con tonache di « color lionato » e perciò denominati « chierici rossi ». La solenne cerimonia della inaugurazione iniziò con una processione dalla Cattedrale a S. Giustina, alla quale parteciparono Vescovo, Clero, e popolo, Arti e corporazioni ferraresi. In chiesa « fu cantato dalli cantori un solenne Te Deum laudamus con altri salmi ed orazioni conformi a questa solennità ». Il successore del Vescovo Leoni e cioè Giovanni Fontana, durante il ventennio del suo governo episcopale, diede un grande impulso all’Istituto, ampliando gli edifici e acquistando l’orto in una zona già utilizzata come cimitero ebraico. Nel 1721 il Cardinale Tommaso Ruffo trasferì il Seminario nel quattrocentesco palazzo Trotti-Costabili nell’attuale via Cairoli e istituì in S. Giustina un conservatorio « per le putte di civili estrazione », assegnadogli parte delle rendite dell’eredità di un certo Carlo Baroni. Nel secolo scorso il complesso di Santa Giustina ospitò fanciulli orfani e poveri, assistiti dall’Istituto dei mendicanti. Quando ai primi dell’900, sorse nel soppresso convento di S. Lucia in via Ariosto, l’Istituto « Umberto I », S. Giustina rimase nuovamente libera. Nel 1907 una ricca e pia benefattrice, la sig.ra Elvira Fiorentini, acquistò il convento e lo fece restaurare e modificare per poterlo destinare a due nuove istituzioni: il collegio convitto « Estense » e il pensionato « Torquato Tasso ». Purtroppo tali opere ebbero scarso successo, anche se ospitarono non più giovani bisognosi, ma studenti di buona condizione sociale (un convittore di S. Giustina – ci assicurano – fu il giovinetto Dino Grandi, divenuto poi un famoso esponente fascista). I convitti, dopo pochi anni di vita, vennero chiusi e la proprietaria cedette i locali alle Agostiniane che vi entrarono nel luglio 1916, abbandonando il cadente convento di S. Apollonia, in Via Beatrice d’Este. Così, dopo tre secoli, S. Giustina ritornò monastero e la chiesa venne riaperta al culto. Ricordiamo, per finire, che i bombardamenti della seconda guerra mondiale risparmiarono la chiesa, ma danneggiarono gravemente il monastero, sicché occorsero costosi lavori di ripristino. Questa, in breve, la storia di S. Giustina. Purtroppo poche tracce sono rimaste degli antichi tempi, avendo l’edificio subito una notevole serie di rifacimenti tra i quali quelli ad opere dell’Aleotti.
La chiesa appare formata da due corpi: quello anteriore, con la facciata sulla piazzetta Cortebella, è di linee assai semplici e ha un interno settecentesco; il corpo ottagonale, nel retro con il campanile a lato, ospita la chiesetta interna delle monache: costruito attorno alla metà del ‘700, porta la firma del Foschini. Interessanti i due piccoli altari laterali costruiti per volontà di due benefattori: il Conte Camerini e il Conte Giovanni Grosoli. Sull’altar maggiore è posta una bella tela con il martirio della Santa di Francesco Parolini (opera non citata nel volume del Riccomini sul « Settecento ferrarese »). Ai lati dell’altare sono poste due statuette di Andrea Ferrari, mentre più non esistono due piccoli dipinti dello Scarsellino finiti chissà dove e quando. È ancora il Guarini a tramandarci che presso l’altare vennero conservati il corpo e la testa di S. Sigismondo martire, Re di Borgogna (del quale altre reliquie trovansi a Padova). L’elemento artistico più prezioso lo si trova murato sulla parete del coro: è una terra cotta, dipinta in origine a più colori e attualmente molto annerita; l’opera – già a lunetta – è divisa in tre frammenti che raffigurano: l’angelo nunziante, il Padre Eterno con in grembo un piccolo Crocifisso e la Vergine Annunziata. Il Tiberti de Pisis la ritenne opera della seconda metà del ‘400 di scuola ferrarese o romagnola e, suggerendo il nome di Ludovico Castellani o di un allievo di Jacopo della Quercia, vi trovò « un non so che di dolce e di composto che ci attrae in modo tutto particolare e ci fa alle opere toscane ».
La nostra visita è così finita. Quando ripasseremo, per piazzetta Cortebella, cerchiamo non solo di osservare con maggiore attenzione l’insigne monumento ma anche di ricordarci delle dodici monache che vi dimorano: un ricordo da tradurre in preghiere e in opere caritatevoli per le nostre umili e silenziose sorelle.