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Quel terremoto che devastò la città

Quel terremoto che devastò la città

Proprio in questi giorni in cui un terremoto ha devastato il centro della nostra penisola, ci viene segnalato questo articolo che ripercorre la storia del più famoso evento sismico con relativo sciame che si abbattè sulla nostra terra nella seconda metà del XVI secolo quando regnavano gli Estensi, al culmine del loro splendore.
Ci piace pubblicarlo ringraziando l’amico Paolo Sturla Avogadri che ce lo ha inviato e ci ha ricordato questo infausto evento.

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Pianta della città di Ferrara circa l’anno 1597

di Paolo Sturla Avogadri (2003)

E’ caduto proprio nei giorni scorsi il 433° anniversario dell’inizio (notte fra il 16 e 17 novembre 1570) di quello spaventoso terremoto che, durato circa dieci anni, a più riprese sconquassò e demolì gran parte di Ferrara, cambiandone persino la fisionomia, uccidendo e terrorizzando la popolazione. Pur se le vittime furono fortunatamente, in proporzione all’immane disastro, soltanto poche centinaia, tuttavia i danni furono rilevantissimi e “poche torri (delle ben trentaquattro delle altrettante famiglie citate nella “Chronica Parva Ferrariensis”) e solo alcuni campanili resistettero alle continue scosse e non vi fu chiesa o palazzo che non abbisognasse di pronte opere di restauro o ricostruzione” (G.A. Facchini).

Anche le antiche via delle Volte e via Coperta, sedi dei fondachi mercantili medievali, persero le loro … coperture; parte del Castello estense crollò trascinando con sè due torri; pure la Cattedrale fu lesionata, soprattutto al suo interno, dove l’elegante colonnato marmoreo, per garantirne la stabilità, dovette essere rivestito da pilastri cementizi.
Il cataclisma deve essere stato veramente grande se l’ambasciatore fiorentino Bernardo Canigiani, scrivendo al suo governo per informarlo di quanto era successo, chiudeva la missiva in questo modo: “… di Val di Po dov’era Ferrara”. Ulteriore ampia conferma l’abbiamo anche dalla “Cronaca di Ferrara dell’Olivi: “Dalli 16 di novembre 1570 fino all’anno 1572 furono numerata da due mila scosse: le prime due che dirocò la città, durarono per lo spatio di una buona Ave Maria”. Ma i sussulti, secondo altre testimonianze, proseguirono discontinuamente fino al 1579.
Comunque, a Ferrara, il terremoto non era una novità: già nel 1561 aveva atterrato molte case ed ucciso un considerevole numero di cittadini. Anche in precedenza si era fatto sentire: “Adì 31 dicembre (1504) a hore 11 di note trete un gran terremoto, in Ferrara, in modo che la campana delle hore di Rigobello è sonata da sua posta a botti per spatio d’un Ave Maria” (G.M. Zerbinati). Dopo tre giorni il ballo ricominciò “a hore nove et cadetero delli camini assai”. Poi … calma fino all’anno 1511 quando, alle ore 20 del 26 marzo, si fece nuovamente sentire a lungo (fu udito persino a Venezia) e di nuovo, brevemente alle ore 19 del giorno 28 successivo ed ancora durante la notte del 1° di aprile. Un nuovo sussulto, lieve e di breve durata, fu udito ancora l’8 febbraio 1512.
La rievocazione di quei lontani drammatici fatti (susseguitisi per ben 75 anni) mi richiama alla memoria tempi ben più recenti, di quando mi occupavo di Protezione Civile e mi si consigliava di “non perdere tempo” ad organizzare esercitazioni a simulazione del rischio terremoto: “… tanto Ferrara non è a rischio sismico!”. Non meravigliamoci quindi se, nella graduatoria di competenza e addestramento di protezione civile, Ferrara è relegata all’ultimo posto in Regione e al 61° in campo nazionale (RAI 3 –TGR Emilia-Romagna, ore 14 del 7/11/2003).

Il terremoto del 1570 a Ferrara e Firenze – foglio volante, Germania 1570

Una testimonianza, tuttora leggibile, di quei calamitosi avvenimenti possiamo trovarla sulla navata centrale della chiesa di San Cristoforo, ovvero della Certosa: ANNO PRIMO A TERREMOTO MAXIMO SUPERATO NAVALI EXERCITU TURCARUM DEO IMMORTALI SUMMO AC DIVO CRISTOPHORO TEMPLUM RESTAURAVIMUS MDLXXI – REGNANTE ALFONSO ESTENSE II DUCE FERRARIAE QUINTO. In sintesi è il riferimento al restauro di quella chiesa, effettuato nell’anno seguente al grandissimo terremoto, lo stesso anno della vittoria sulla flotta turca a Lepanto (1571), mentre regnava Alfonso II d’Este, quinto duca di Ferrara.
Durante quel sisma, mentre tutti “con molta fretta e con paura estrema, ed affanno infinito, così a piedi, ed in veste da notte (…) risolvettero partir di lì ed andarsene” (Livio Passeri, ambasciatore di Urbino), “come zìngani in campagna, tanto impauriti e sbigottiti” (B. Canigiani, ambasciatore di Firenze), “il duca Alfonso non si allontanò dalla sua capitale e con le sue attenzioni, con le sue premure verso il popolo sofferente e con i provvedimenti presi per il bene pubblico fece dimenticare la gravezza delle misure fiscali che gli avevano procurato l’impopolarità” (G.A. Facchini).

Ma se, contrariamente a quelle dei suoi predecessori, la signoria di Alfonso II fu esente dai disagi e dai disastri delle guerre, tuttavia non potè essere immune da eventi naturali non meno gravi: alle già enumerate devastazioni causate dai terremoti, dobbiamo aggiungere una spaventosa alluvione (1562), un’epidemia (1580) e le carestie (1590 e 1592).
L’animo del duca era, però, esacerbato anche da altri crucci: nonostante i tre matrimoni non aveva discendenti diretti e legittimi ai quali affidare la continuità della Signoria, pertanto il Papato lo pressava per riavere il territorio ferrarese, cosa che sarebbe avvenuta inesorabilmente alla sua morte (1597).

E probabilmente, fra i frastuoni del terremoto, gli sarà ritornata alla memoria quell’antica leggenda secondo la quale la Beata Beatrice d’Este, sepolta nel Monastero di Sant’Antonio in Polesine, facendo risuonare dalla tomba cupi rimbombi, avrebbe preannunciato sventure sulla Casa d’Este e la fine del suo dominio su Ferrara.