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San Martino: faceva parte un tempo del Castrum Ferrariae

San Martino: faceva parte un tempo del Castrum Ferrariae

di Giorgio Franceschini

Percorrendo via Fondobanchetto (già Strada di San Martino e anche Strada di San Salvatore) provenendo da Via Saraceno, al n. 28 si incontra la chiesa di San Martino. Questa chiesa, insieme a quelle dedicate a San Salvatore e a San Pietro, faceva parte dello scomparso complesso medioevale detto «Castello dei curtensi». Diversi decenni prima del Mille già esisteva sul fondo «Bagolo» o «Bagnolo», a ridosso dell’argine della fossa che cingeva la città, un monastero denominato, appunto, di San Martino, dipendente da un altro monastero: quello comacchiese di Santa Maria in Aula Regia. La chiesa (parrocchiale sin da quegli antichi tempi) nel 1300 passò alle dipendenze della potente Abbazia benedettina di San Bartolomeo (la notissima San Bartolo a pochi chilometri da Ferrara) alla quale erano soggetti alcuni monasteri e numerose chiese parrocchiali delle Diocesi di Ferrara e di Bologna.
Nel 1434 (e nell’anno successivo) il Vescovo di Ferrara Beato Giovanni da Tossignano visitò San Martino «spectantem ad collationem D. Abbatis S. Bartholi, Burgi Ferrariae et ad curam animarum ipsius Domini Episcopi». Era, allora, Parroco tale Don Gerardo. Allorchè, due secoli dopo, nel 1656, morì Don Marco Bianchi, titolare di San Martino, il Vescovo di Ferrara Card. Carlo Pio Savoia, in considerazione che la parrocchia era scarsa di rendite, la soppresse e ne affidò le anime a quella di San Pietro. Nel 1678 la Confraternita del SS. Sacramento si trasferì da San Tommaso in Via Formignana (dove era stata istituita un secolo prima) a San Martino, con l’obbligo di corrispondere annualmente, per diritto di ricognizione, una torcia di cera alla chiesa di San Pietro.

L’intervento della Confraternita (che ottenne la consegna anche dell’annesso convento abbandonato dai Benedettini dopo la soppressione della Parrocchia) fu salutare per San Martino perchè la chiesa venne ampliata e decorata. Sino a quell’epoca San Martino aveva la facciata rivolta ad occidente con antistante sagrato e cimitero su Via Fossato dei Buoi. A proposito della suggestiva ed austera facciata, precisa il Medri che «la parte più antica del prospetto è la centrale, mentre le due grandi arcate che la fiancheggiano corrispondono ad un tardo ampliamento che vi aggiunse le due navate laterali». Annota, a sua volta, Eugenio Righini che «la facciata è divisa in cinque campate per le mostre di piedritti sorreggenti le arcate… il tetto è a quattro falde – due per parte – essendo sopraelevato il corpo centrale comprendente le tre campate di mezzo». Ardua impresa sarebbe quella di ritrovare le traccie delle strutture romaniche che caratterizzarono San Martino nei primi tempi della sua esistenza. Le trasformazioni avvenute nel corso dei secoli, nel Rinascimento e nel Seicento, per iniziativa della Confraternita (che aprì l’ingresso odierno su via Fondobanchetto), ci consentono solo di ammirare un insigne edificio, assai interessante anche internamente, senza poterne approfondire la storia architettonica. Ampie arcate rinascimentali raccordano la navata centrale con le due laterali; il presbiterio, di eleganti proporzioni, corrisponde, forse, all’antico atrio della chiesa, quando l’ingresso era volto ad occidente; a meno che, in considerazione delle sue minori dimensioni rispetto al restante edificio non costituisca un corpo sovrapposto alla antica facciata.

La presenza della Confraternita garantì a San Martino (come narra il Medri) «una serena e feconda vita per circa un secolo e mezzo sino alla non mai abbastanza deprecata invasione francese del 1796». La Chiesa venne chiusa e ridotta a magazzino. Fortunatamente, una quindicina di anni dopo, la Confraternita riuscì a rientrare nel possesso di San Martino. In quell’epoca – però – il tramonto della pia unione provocò anche quello della chiesa che nel 1880 chiuse per sempre i battenti; e il crollo del campanile sugellò la fine (citiamo ancora il Medri) di «un millennio di vita santa e santificante». Dopo essere succesivamente appartenuto alle famiglie Zucchini, Hirsch (che vi installò un magazzino di lanerie), Biondini e Zaccarini, S. Martino passò nel 1940 alla famiglia Boldrini, proprietaria dell’attiguo fabbricato segnato al nc. 26. Nello spazio ora occupato dal bel parco Boldrini trovavasi, un tempo, il sagrato e il cimitero di San Martino.

Nell’ottobre 1954 il Ministero della Pubblica Istruzione, appose il vincolo artistico sulla chiesa così descrivendola: «Chiesetta costruita nel tardo romanico con modificazioni gotiche. Ha importanza storica non consueta, essendo la continuazione di una chiesa delle più antiche di Ferrara (esistente fin dal 969) collocata sull’argine della fossa del primitivo Castrum Ferrariae». Nel 1954 divenne proprietario il Cav. Alfredo Santini che una decina di anni fa con amorosa cura e non indifferente spesa, rimosse il cadente intonaco della facciata e riportò quest’ultima in pietra a vista, utilizzando lo interno a magazzino.
Nulla è rimasto delle antiche decorazioni, fatta eccezzione per alcuni frammenti di affreschi settecenteschi. È finita chissà dove la Pala di Giulio Cromer (pittore ferrarese operante a cavallo tra il ‘500 e il ‘600) già posta nel coro e raffigurante la Madonna in gloria con la Trinità e due santi; scomparsi pure una Immacolata del Bastarolo e un quadro del settecentesco Parolini. In San Martino (che custodiva nel reliquiario una gamba di San Ruffino e il cranio di Santa Colomba) ebbero l’ultima dimora l’architetto del ‘500 Giacomo Meleghini e Francesco Maria Girri, morto nel 1771 che – come ricorda l’Ughi – scrisse «l’Agrimensore istruito, opera utilissima, ricercata e che ha avuto molto incontro».